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Alberto Bigon

Del 23/12/2011 di Daniele Manuelli


Alberto Bigon In 9 stagioni 329 presenze e 90 reti. Nella stagione 89/90 allena il Napoli conquistando uno scudetto (contestato) proprio ai danni del Milan.

Il capitano è stato sempre il giocatore più carismatico e rappresentativo della squadra. Spesso è ed è stato il leader del reparto difensivo (Facchetti,Scirea, Baresi, Bergomi, Maldini Cesare e Paolo, il Nesta laziale, Santarini, Pino Wilson) oppure il cervello della squadra (Juliano, Antognoni, Bulgarelli, Totti, Rivera, Ciccio Cordova), un uomo goal (Pulici e Sandrino Mazzola), qualche volta un portiere ( Zoff versione azzurra). Altre volte, veniva scelto il giocatore di più antica militanza, anche se di non eccelso livello (emblematico il caso del Cagliari in cui il più grande attaccante di italiano del dopoguerra, Gigi Riva,non è mai stato capitano di quella squadra di cui era l’asso indiscutibile, poiché al suo posto venivano scelti giocatori validi, ma non straordinari come Gigi Cera e Comunardo Niccolai). Una squadra ha però sempre dei vicecapitani: ci sono quelli designati ad indossare ufficialmente la fascia in assenza del titolare e quelli per cui ogni tifoso, nel suo personalissimo immaginario, propende irresistibilmente. I vicecapitani del Diavolo anni settanta (quello che per me costituisce l’archetipo, il modello primario di team da amare senza se e senza ma per cui, in mancanza del quale, il Milan attuale non rappresenterebbe altro che una ciurma di giovani miliardari sgambettanti) sono stati diversi: Cudicini, Schnellinger, Benetti e Albertino Bigon da Padova.
Classe 1947, fisico asciutto ed essenziale (1,80 per 73kg), attaccante-mezzala, agile, abbastanza tecnico, molto duttile e disciplinato tatticamente, ottimo negli inserimenti in avanti e capace di una buonissima coordinazione che gli consentiva di concludere in ogni maniera, è stato il giocatore, a mio giudizio, più completo in quel Milan che oscillava tra altari e polvere. Piuttosto amato dai tifosi, serio e misurato, mai polemico, era molto rispettato, per queste caratteristiche, anche dagli avversari, sia sul campo che sugli spalti. Il padovano dalla pelle olivastra e dai capelli nerissimi è un ragazzino talentuoso promettente quando inizia a giocare per la squadra della sua città tra i 17 e i 18 anni in serie e B collezionando 5 gettoni nel ‘64/65 con l’allenatore Serafino Montanari . Nell’ anno successivo, le sue presenze in biancorosso divengono più numerose e lui ripaga la fiducia del suo mister siglando 4 reti in 24 presenze. Nel ‘66/67 il baby bomber si afferma sotto la guida del mister Humberto Rosa con 10 centri in 35 gare. Il Padova ottiene un buon sesto posto finale e in Coppa Italia va avanti, molto avanti, mietendo vittime illustri come il Napoli, fino ad arrivare alla finale secca del 14 giugno, quando il destino mette davanti al nostro Albertino, per la prima volta nella sua ancor breve carriera, il Milan. E’ un Diavolo imbolsito e un po’ sbiadito, quello della parte centrale degli anni sessanta, arrivato solo ottavo e mai in lotta per il titolo. Alla guida tecnica c’è Arturo Silvestri e il 24enne Rivera è circondato da alcuni ottimi pedatori come Anquilletti, Schnellinger, Lodetti, Mora, Sormani e il Trap, ma la squadra necessita di una scossa . All’Olimpico di Roma i biancoscudati vendono cara la pelle e sono piegati solo da Amarildo ad inizio ripresa. Il Padova, poi va in crisi di liquidità ed è costretto a vendere i suoi talenti. Albertino nel novembre ’67, finisce alla SPAL, in seria A. I biancazzurri navigano nei bassifondi e il nostro gioca 14 gare segnando 1 gol, che non aiuterà nella salvezza i ferraresi. Indovinate a quale squadra segna il suo primo gol ? Ma al Milan, of course ! In un pomeriggio di gennaio gelido come solo Milano può regalare, Bigon contribusce a portare la temperatura di San Siro verso picchi artici, quando porta in vantaggio all’11° la derelitta Spal sul campo del lanciatissimo Milan del secondo, grande ciclo del Paròn. Pierino Prati sigla il 3 a 2 finale solo all’89. L’anno dopo Alberto in B con gli spallini realizza 9 gol in 35 gare, poi nel ‘69/70 passa in rossonero. No, non quello che stavate aspettando, quello milanista. Alberto indossa la casacca satanella dei ”fuggè”, i rossoneri di Foggia, che, per la cronaca hanno questi colori perché i suoi dirigenti fondatori erano tifosissimi del Milan, con i quali vince il campionato realizzando 11 reti in 37 gare, un buon bottino. Infatti, il giovane lettore deve considerare che, a partire dalla fine degli anni sessanta fino alla fine degli anni ottanta, la media realizzativa complessiva era davvero molto più bassa di adesso.
Albertino torna in A e realizza la sua prima rete rossonera indovinate contro chi ? Ma contro il Milan, “Elementary Watson”, come avrebbe chiosato il detective Holmes ! Alberto va a pareggiare al 67’ il vantaggio del suo futuro capitano Gianni Rivera realizzato al 26’ in un “Pino Zaccheria” infuocato e non solo perché si era ad inizio ottobre e in Puglia è ancora caldo. I rossoneri di Tommaso Maestrelli vengono retrocessi all’ultima giornata per peggiore differenza reti nei confronti di Fiore e Doria. Albertino si batte bene, segna sette reti, alternandosi tra il ruolo di mezz’ala e quello di punta.


Finalmente, i dirigenti del Milan, con a capo il leader maximo Federico Sordillo, stanchi di vedere il ragazzo padovano violare la nostra porta, decidono di acquisire le prestazioni del duttile “bocia”. L’esordio ufficiale avviene in Coppa Italia, Monza-Milan del 29 agosto 1971, nel gironcino a cinque che precedeva l’inizio del campionato. Bigon segna 2 reti in quattro partite. In campionato salta la prima a Varese, ma a San Siro, sotto il nostro cielo,in un pomeriggio limpido, Albertino fa vedere di che pasta è fatto all’esigente pubblico meneghino, siglando al 27’ e al 61’ la doppietta che consente ai milanisti di superare l’ottima Fiore in divisa bianca di Picchio De Sisti, Chiarugi e Nevio Scala. Il feeling è immediato, il Paròn lo mette centravanti, Prati rimane ala sinistra, e lui risponde con 8 centri nelle prime 10 partite ! Memorabile la sua doppietta nel derby in casa Inter, con il suo gol-vittoria all’85° di stinco su rinvio del grande Tarcisione Burgich,a beffare sul suo palo il giovane Ivano Bordon Nelle rimanenti 19 partite gioca sempre, ma la sua media gol si abbassa, come quella di tutto il Milan. Il Milan realizzerà ancora solo 18 gol, di cui sei saranno di Albertino per un secondo posto finale ad un punto dalla Signora, in coabitazione con il Toro bello e furente di “colbacco” Giagnoni. Le sue reti sono spesso pesanti, con cinque vittorie e due pareggi da ascrivere al suo istinto. In Coppa Italia (vinta dal Milan) ne fa tre e in UEFA (semifinale) si ferma a 2. Niente male.
Nel 72/73 il neopresidente Albino Buticchi prende “cavallo pazzo” Chiarugi che si aggiunge a Bigon, Rivera, Prati e Benetti per una linea offensiva davvero forte. La difesa è meno impressionante. Il ritiro di Fabio Cudicini, gli anni di Schnelly e di Anquilletti, la fase calante di Rosato e l’inserimento non semplice dei giovani Dolci e Turone rendono più vulnerabile la Maginot del duo triestino Maldini Rocco. Con l’arrivo del piccolo, velocissimo toscano, la collocazione di Bigon diviene incerta. Il Paròn gli cambia spesso numero e, quindi collocazione sul campo. Postilla per i giovani lettori. L’orrore baracconesco del numero personalizzato, per cui si vedono in campo dei 76, dei 99, degli 84, parte dalla metà anni novanta. Prima, ad un numero corrispondeva un ruolo ben preciso, secondo quella che per me era ed è una legge di natura del calcio, violata impunemente dalle imposizioni del marketing. Albertino gioca 8 partite con la 7, una con la 10 (sostituì Rivera) e 18 con la 9. E’ l’anno del trauma di Verona. Albertino ne fa 10 in campionato, 1in Coppa Italia e 1 in Coppa delle Coppe, competizioni, queste ultime due, vinte dai rossoneri , a parziale risarcimento del mancato raggiungimento della stella. Il ‘73/74 è un’annata difficilissima. I quadri dirigenziali non rinnovano adeguatamente la squadra, Pierino Prati viene venduto alla Roma del presidente Gaetano Anzalone e ci saremmo presto pentiti di questa avventata decisione. La squadra, affidata ancora una volta al duo triestino, non è brillante, ma fino alla 19° siamo a quattro punti dalla Lazio di Chinaglia con uno score di 10 vittorie 4 pareggi e 5 sconfitte. Poi, improvviso, il tracollo con cinque K.O. di fila e l’Inter che, in casa nostra, ce ne fa cinque. Arriva il Trap che traghetta il Milan fino alla fine. Saremo mediocremente ottavi. La fine di un ciclo,tristissima, arriva definitivamente quando perdiamo la finale di Coppa Coppe con i carneadi tedeschi est del Magdeburgo (0-2). Bigon gioca centravanti, ma per lui questo è un campionato di malanni fisici e di conseguente scarsa, scarsissima forma . Segna in 22 gare un solo gol, inutile alla penultima di campionato al Bologna, pareggiato da Adriano Novellini. Il nostro realizza 2 reti in Coppa Italia su due gare, ma in Coppa Coppe Albertino si fa valere con sette centri in nove gare.
Il ‘74/75 vede un parziale rinnovamento della squadra, affidata al sardo Giagnoni. Arrivano Albertosi, Bet, Zecchini, Calloni e Duino Gorin, l’aletta veneziana di Pellestrina, ex Varese, come il buon Egidio. Bigon è ormai un pilastro della vecchia guardia. E’ un campionato dignitoso, senza squilli, arriviamo quinti. Il duttile Albertino viene impiegato in tantissimi ruoli: gioca da ala destra (con il 7), da centravanti (con il 9), diverse partite da centrocampista-mezzo destro (con l’8) due partite in sostituzione di Rivera (con il 10, mezzala di punta) e addirittura una da mediano (con il 6) e una da ala sinistra (con l’11, il derby di andata); segna 3 gol in campionato e 3 in Coppa Italia, siglando un gol inutile nella finale inopinatamente persa con i viola. Il ‘75/76 vede la squadra guidata a settembre da Giagnoni, poi le dimissioni e il ritorno del Trap, con Rocco Direttore Tecnico. Buon campionato. Siamo terzi dietro le torinesi. Rivera gioca poco, distratto da vicende societarie (si parlava di una sua candidatura alla presidenza del Milan, con effetti immediati) e questo spiega le diverse partite che Bigon giocò con la sacra casacca del Capitano. Ma Albertino, come al solito veste, senza batter ciglio la 7, la 8 e la 9, dando sempre il suo contributo. Cinque gol in campionato (c’è anche il gol vittoria nel derby di marzo) uno in Coppa Italia e due in Uefa. L’anno successivo è quello di Pippo Marchioro alla guida tecnica del Milan, via Benetti e Chiarugi, arrivano Giorgio Morini, l’attaccante Silva e Fabio Capello,che però ha imboccato la china discendente della sua grande carriera. Dal vivaio viene un giovane ed elegantissimo francobollatore d’area, il friulano Fulvio Collovati. Annata bruttissima, sempre o quasi oltre il decimo posto. Marchioro (aveva messo Rivera ala destra con il 7 !) viene esonerato, alla quindicesima, torna Rocco. Tra la diciottesima e la ventottesima non vinciamo mai, 8 pari e 3 sconfitte. Alla terzultima siamo …terzultimi e quindi potenzialmente in B . Poi battiamo Catanzaro e Cesena e ci salviamo. Vinciamo la quarta Coppa Italia ,battendo l’Inter nella finale disputata eccezionalmente a San Siro (due a zero). Albertino ne fa 4 in Campionato e 4 in Coppa Italia.


Ormai la gente lo identifica come il vicecapitano, il degno successore dell’immenso Gianni. Anche in questo il nostro uomo ovunque indossa la maglia numero 7, la 8 , la 9 e la 10, senza fiatare, ligio alle direttive dei tecnici. Nel 77/78 torna il Barone Liedholm, arrivano da Monza Buriani, Tosetto, e “Dustin Hoffmann” Antonelli. Lascia Anquilletti, esordisce a fine campionato un libero giovane giovane, tale Baresi Franco, bresciano di Travagliato. Nelle prime 10 di campionato siamo (finalmente) in fuga, ma la Juve ha un organico troppo superiore al nostro , ci agguanta, ci saluta e poi contiene il ritorno della matricola terribile Lanerossi Vicenza di tal Rossi Paolo da Prato. Siamo quarti. La solita girandola di numeri di maglia per lui, anche se il Barone lo utilizza come uomo di raccordo tra centrocampo e attacco, in supporto a un Rivera ormai poco mobile, anche se capace sempre di intuizioni sublimi.
L’anno successivo rimarrà scolpito nel cuore dei rossoneri un po’ ingrigiti: Il Barone ci porta la STELLA. Partono l’atletico e bravo Maurizio “Ramon” Turone, Egidio Calloni, Tato Sabadini(terzino fluidificante di valore) e il Keegan della Brianza, Tosetto. Arrivano il geometrico De Vecchi, Walter Alfredo Novellino detto Monzon e il bolognese Stefano Chiodi, punta pura. Proprio il 22enne felsineo, un giocatore volenteroso, ma non di grandi doti, risulta essere la chiave di volta per l’ingegnosa piccola rivoluzione tattica operata dal Barone e per il rilancio di Albertino in veste di realizzatore. Il bolognese, non abilissimo nelle conclusioni, viene impiegato in un duro gioco sporco, funzionale agli inserimenti di Novellino e di Aldo Maldera dalla fasce e di Antonelli e Bigon dal centro. Rivera, nelle poche partite giocate prima dell’addio definitivo del maggio ’79, rifornisce ai suoi fidi dotati di maggior velocità, mentre Buriani e De Vecchi coprono e rilanciano. Il centrocampo si giova spesso delle fulminee verticalizzazioni dell’incredibile Franco Baresi e ciò consente di creare spesso superiorità. Il campionato è controllato senza sussulti, solo il Perugia di Castagner resiste a lungo a pochissimi punti da noi. Bigon è rinvigorito dal nuovo assetto tattico e il Barone lo specializza come incursore principe della manovra rossonera , finalizzata per 12 volte in ogni maniera dal padovano. Ricordiamo cinque gol contro la Fiore tra andata e ritorno e una doppietta in casa granata con due irresistibili e velocissimi contropiedi. Il nostro superjolly segna altre due reti in Coppa Italia e tre in Uefa. Da ricordare un’inutile doppietta casalinga contro il Manchester City (dico a voi giovani milanisti, vi ricorda niente questo nome ?).
Stagione ’79/80: Liedholm ritorna a Roma, arriva il serioso udinese Massimo Giacomini. Prima volta senza Rivera. Per la scelta del nuovo capitano ,non ci sono dubbi: la fascia spetta lui, al vecchio cuore di Albertino. Stagione mediocre: il Porto ci sbatte subito fuori dalla Coppa Campioni, in Campionato l’Inter di Bersellini, Oriali, Altobelli, Pasinato, Bini, Beccalossi e Carletto Muraro mette subito il turbo. Noi non siamo affatto brillanti, anche la Juve ci supera. Poi, a marzo, l’onta del calcio scommesse, la retrocessione annunciata prima e comminata poi , a noi e alla Lazio. In questo amarissimo epilogo, Bigon(1 gol in Coppa Italia e 2 gol in campionato , l’ultimo nello sfortunato sabato santo ad Udine dove si perse 1 a 2) recita con dignità la sua parte, giocando a Catanzaro la sua ultima gara in rossonero, in un ruolo, fino a quel momento, mai rivestito, il libero con la numero 6. E’ il 27 aprile del 1980, al Comunale di Catanzaro , poca gente per assistere all’ultima gara in rossonero di uno dei calciatori che hanno da sempre onorato la nostra casacca con bravura tecnica,adattabilità tattica, correttezza , sportività e tanto cuor. L’anno successivo , la B. Trasferitosi alla Lazio, ci fa gol con un colpo di testa dei suoi, di quelli che gli avevamo visto fare alle altre squadre, quando compariva inaspettatamente alle spalle dei tutti, al posto giusto. Poi Albertino intraprende la carriera di mister, che ancora svolge con bravura e serietà. Nell’89/90 è alla guida del Napoli, quando i partenopei ci beffano sul filo di lana. In una recente intervista televisiva, il grande Albertino ha detto però a chiare note che il sole, per lui, sarà sempre rossonero. Lo ha detto con l’orgoglio e la consapevolezza di chi ha il cuore che batte all’unisono con i nostri cuori.

Marco Di Pietro

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