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Andriy Shevchenko

Del 30/06/2012 di Enrico Bonifazi


Andriy Shevchenko E' stato uno dei più forti attaccanti ad avere mai indossato la maglia rossonera. Arrivato dall'est, come il sole del mattino, ad illuminare il campionato italiano con le sue giocate da fuoriclasse. Segnava quando e come voleva. La gioia più grande? Il rigore di Manchester contro la Juventus. E' stato pallone d'oro 2004.

Questa è la storia di una ferita che sanguina ancora al centro del mio petto, della conclusione amara di una relazione amorosa, di un macigno incastrato nella gola. Si parla di calcio, di attaccamento alla maglia, di denaro, maledetto denaro e un fuoriclasse indimenticabile: Andriy Shevchenko. Il racconto parte dal villaggio di Dvirkivscyna, nei pressi di Kiev (Ucraina), dove il 29 Settembre del 1976 Andriy viene dato alla luce col codice genetico del gol che scorre nelle sue vene. Ore e ore trascorse in cortile ad inseguire quella sfera di cuoio e colpirla con forza per emulare Oleg Blokhin, l'attuale tecnico della nazionale ucraina, allora suo idolo, in forza alla Dynamo Kiev e all'URSS degli anni 80. Durante l'Aprile del 1986, la famiglia del piccolo Andriy, si trova costretta ad abbandonare tutto e trasferirsi lungo la costa per non incorrere nel rischio di radiazioni dopo l'incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, distante pochi chilometri dal villaggio. Per molti bambini come lui, una grande speranza per il futuro è rappresentata dallo sport del calcio. Migliaia di ragazzi partecipano a selezioni di squadre professionistiche che prevedono prove selettive specifiche. Shevchenko viene scartato per motivi tecnici ma un osservatore più competente e lungimirante di altri, durante un torneo giovanile, riconosce in lui un grandissimo talento e decide di proporlo alla Dynamo Kiev di Lobanovski. Il “principino” dell'est, a Kiev, vince cinque titoli consecutivi, più altri trofei di minore importanza ma le statistiche sul numero delle reti segnate catturano molto presto anche l'attenzione dei grandi club dell'Europa occidentale. Il Milan inizia a corteggiarlo dopo la sua storica tripletta al Camp Nou, il 5 Novembre del 1997, contro il Barcellona (la prima di un calciatore ucraino in Champions League). La Dynamo trionfa con un rotondo 0-4 e il sipario mondiale si spalanca mentre i riflettori sono tutti puntati su di lui. Passa un altro anno e Shevchenko si laurea capocannoniere (ex aequo con Yorke) della massima competizione europea e le chiacchiere che lo accostano insistentemente ai diavoli rossoneri diventano fatti. Sheva atterra a Milano nell'estate del 1999 per riportare il Milan ai vertici d'Europa dopo qualche annata storta. Per molti appassionati, Andriy (a causa dello scarso seguito del campionato di Ucraina), resta un'incognita, come un bel pacchetto pieno di promesse che aspettano di essere mantenute con prestazioni all'altezza della sua fama. A Milano, Alberto Zaccheroni, gli affida il ruolo di esterno d'attacco, come alternativa a George Weah che lascerà la squadra nel Gennaio successivo al suo arrivo. L'ucraino si trova ad orbitare attorno a Oliver Bierhoff e a duettare con Leonardo e brucia tutte le tappe iniziando a snocciolare gol con frequenza impressionante. Svelto, agile, con quella sua corsa particolare, quasi zoppicante nello stile, dotato tecnicamente e con l'istinto di un rapace nell'area avversaria, Sheva gonfia la rete in tutte le maniere e conquista il titolo di capocannoniere della serie A nella sua stagione di esordio (primo straniero dopo Platini a riuscire nell'impresa) e trascina il Milan ad un terzo posto che significa Champions League. Nel suo bottino ci sono “vittime” importanti come la Lazio (tripletta all'Olimpico), la Juventus (doppietta a San Siro) e l'importantissimo gol del pareggio nel derby contro l'Inter che verrà poi vinto dai rossoneri per 2 a 1. Esplode la Shevamania, allo stadio, un tifoso su due indossa la maglia con il numero 7 e una bandiera con la sua caricatura, accompagnata dalla scritta “Il Re dell'Est” appare tra i vessilli della sud. Nella stagione successiva però, una campagna acquisti poco ambiziosa, confina il Milan nella zona Uefa. La Champions League raggiunta grazie alle reti pesantissime di Sheva nei preliminari contro la Dinamo Zagabria, sfuma miseramente nello scialbo pareggio casalingo contro gli spagnoli del Deportivo. In campionato Josè Mari si rivela poco incisivo e Comandini, falcidiato da problemi fisici in particolar modo alla schiena, colleziona presenze col contagocce e l'esonero di Zaccheroni, confonde l'identità alla squadra. Sheva sostiene bene l'attacco durante un anno la cui soddisfazione più grande resta il cappotto inflitto all'Inter nel derby dell'11 Maggio 2001. Un 6 a 0 indimenticabile, nel quale l'Ucraino segna due reti, confermando la sua attitudine di stoccatore nelle stracittadine. Le basi per un gruppo vincente sembrano comunque esserci. La società inizia una “ristrutturazione” che prevede arrivi importanti come Contra, Inzaghi, Javi Moreno e soprattutto Manuel Rui Costa. Per la panchina viene scelto il turco Fatih Terim. Il calcio estivo illude i tifosi che si aspettano un ritorno ai vertici ma alcuni seri infortuni a giocatori importanti e il caos scatenatosi dopo l'immeritata sconfitta contro il Torino che costa la panchina a Terim (sostituito da Carletto Ancelotti), spingono i rossoneri in basso nelle sabbie mobili della mediocrità che viene evitata soltanto grazie ad un guizzo di orgoglio nelle giornate finali che frutta il diritto a disputare i preliminari di Champions League per la stagione successiva. Sheva vive un'annata altalenante per via del difficile impatto con le idee del tecnico emiliano. Durante la partita al Franchi di Firenze, i rossoneri passano in vantaggio grazie ad un bel colpo di testa di Josè Mari e dominano la partita in lungo e in largo fallendo più volte il raddoppio. Al 25' della ripresa viene concesso al Milan un calcio di rigore e sul dischetto va proprio Sheva. Il tiro dell'ucraino viene parato e Ancelotti (che nell'occasione non si dimostra un genio della psicologia) lo sostituisce pochi minuti più tardi. La Fiorentina pareggia in maniera fortunosa nei minuti di recupero e il rapporto tra Sheva e Carletto sembra fratturarsi. Il malumore s'impadronisce dello spogliatoio rossonero e alcune partite abbordabili vengono buttate via in maniera sciagurata. Al termine del campionato il numero 7 rossonero ha lasciato agli archivi 14 reti tra le quali il bolide capolavoro contro la Juventus a San Siro e l'immancabile timbro ai cugini nerazzurri. Le cose cambiano drasticamente nella stagione 2002-2003 con gli arrivi di Seedorf, Nesta e Tomasson, il “fuoco fatuo” di Rivaldo e la rivoluzionaria scoperta di un monumentale Pirlo in posizione di regista arretrato. Il Milan stenta a superare lo Slovan Liberec nel turno preliminare di Champions ma a fatica ottiene il pass per la fase a gironi. Andriy s'infortuna al menisco ma senza di lui la squadra vola in campionato e in coppa con il modulo ad albero di Natale ad una sola punta. Il suo rientro, visto il rapporto non idilliaco con il Mister Ancelotti, viene temuto come la possibile “rottura del giocattolo” per un Milan che domina il girone di andata in campionato e polverizza Deportivo, Lens e Bayern grazie ai grappoli di gol di Pippo Inzaghi. Il rendimento nella serie A inizia a singhiozzare dopo il “giro di boa” e la Juventus riesce a guadagnare la testa della classifica. In Europa le cose, invece, non cambiano. La mossa a sorpresa di Ancelotti di dare fiducia a Shevchenko nella delicata sfida di Coppa contro il Real Madrid (lasciando in panchina SuperPippo) si rivela vincente. Lanciato da Rui Costa col contagiri, Sheva galoppa verso l'area dei blancos e fulmina il portiere con un diagonale perfetto. Il match termina uno a zero. Lo strappo tra attaccante e tecnico viene così ricucito e il morale del bomber torna alle stelle. Iniziano le avances dei madrileni, tutte rispettosamente respinte al mittente. Pippo e Sheva iniziano a lavorare in coppia e confezionano il pirotecnico 3 a 2 contro l'Ajax nei quarti di finale. Un assist e la rete del momentaneo 2 a 1 per l'ucraino gli valgono la definitiva riconquista della stima del Mister. Nel frattempo, come un pedone degli scacchi, il campionato viene sacrificato per lei, la regina, la Champions League. Il Milan, visto il distacco dalla vetta difficilmente colmabile, molla di schianto la lotta a tre per il titolo, lasciando le due litiganti (Inter e Juventus) a scannarsi sperando in seguito (come da proverbio) di essere la terza incomoda... quella che gode alla fine. La semifinale contro l'Inter è un duello di nervi. Hector Cuper non sbottona la sua squadra e altrettanto fa Carletto. L'andata termina 0 a 0 e nel match di ritorno il fattore campo sarà nerazzurro. E' qui, nel difficile, quando si aspetta il colpo del fuoriclasse, che Shevchenko lascia tutti a bocca aperta. Allo scadere del primo tempo (sul punteggio di 0 a 0) entra in area, dribbla Cordoba e “secca” Toldo con un bel guizzo. E' il gol forse più pesante di tutta la sua carriera e il Re dell'Est lo festeggia correndo verso la curva, dalla parte opposta di un San Siro davvero sinistro, ricoperto di vessilli della Milano “sbagliata”. In curva la gioia è incontenibile, siamo bollicine di anidride pronte a far saltare il tappo. Non è finita però. Mancano ancora anni, ere geologiche al termine e dieci minuti prima del triplice fischio, Martins pareggia, tanto per alzare la temperatura della graticola sotto i nostri piedi. Ma poi il momento arriva. Il fuoco si spegne. Sheva, bacia la sua “petrosa Itaca” e raggiunge la Sud raggiante come un sole. Ora manca il capitolo finale. Il destino prende gusto al sadismo e regala un'altra squadra italiana ai rossoneri, la più odiata, la più forte: la Juventus. I bianconeri raggiungono Manchester con tutti i favori del pronostico. I ragazzi però non ci stanno. Il blasone europeo del Milan sembra tatuato nell'anima, negli sguardi, ma anche in ogni singola pietra dell'Old Trafford. Gli undici leoni sbranano le zebre. Il primo tempo è dominato dai rossoneri con Sheva che stordisce Montero come l'effetto di una bottiglia di Vodka ucraina. Andriy segna anche un bel gol, annullato per un fuorigioco marginale di Rui Costa. Lentamente l'equilibrio si impadronisce delle due squadre e come nei migliori film Western, il vincitore sarà sancito da un duello... quello dei penalty. Dida, Buffon, Dida, Buffon ma il proiettile decisivo, quello che “ucciderà” il cattivo è nel caricatore di Shevchenko. Tutto il mondo ricorda l'espressione del numero 7 rossonero in quel momento. I suoi occhi sono gli stessi di quel bambino, costretto ad abbandonare prematuramente la sua casa per fuggire dalle radiazioni. Un'occhiata all'arbitro, una al pallone, un'altra all'arbitro quasi come per chiedergli: “Posso fare giustizia in questa partita?”, poi annuisce e parte con la rincorsa. Tutti tremano perchè è un buon rigorista ma non un “cecchino” dagli undici metri. Lui però non trema, accarezza il pallone quanto basta per spiazzare Gigi Buffon e contemporaneamente regalare a milioni di tifosi rossoneri una delle gioie calcistiche più belle di sempre. La Coppa torna da chi l'ha sempre saputa corteggiare nel modo giusto. Il rigore di Shevchenko è un anello nuziale che salda la sua unione col Milan. L'immagine indelebile di un matrimonio che si spera possa durare eternamente. Shevchenko non è più semplicemente un giocatore del Milan, è un figlio, un fratello, uno spasimante per tutti i tifosi. Il battesimo per la stagione 2003-2004 lo “benedice” proprio lui, a Montecarlo, segnando di testa la rete che affonda Mourinho e il “suo” Porto nella finale di Supercoppa Europea. Viene acquistato il talentuoso Kakà che con Shevchenko e Inzaghi compone una sinergia letale per i portieri avversari. Sheva e Pippo con il giusto mix di egoismo e Ricardo con il talento e le bordate da fuori area. Arriva il primo ed unico scudetto per l'ucraino che segna reti “di piombo” contro i diretti avversari della Roma sia all'andata (storica doppietta) che al ritorno (incornata vincente nel giorno della matematica conquista dello scudetto). Anche in coppa il destino sembra non avere armi per contrastare i rossoneri che improvvisamente incappano (dopo avere vinto per 4 a 1 a San Siro) nella debacle di La Corouna e gettano via nella maniera peggiore (4 a 0 per gli spagnoli) una qualificazione già intascata. Questo non intacca le certezze della squadra che si coccola il suo bomber, abile ad estrarre dallo scarpino soluzioni di ogni genere. La sua continuità di rendimento e la famigliarità con il gol sono impressionanti. Destro, sinistro, stacco di testa, dribbling, guizzo in area, non manca niente al curriculum di Andriy. La tripletta nella finale di Supercoppa Italiana contro la Lazio è come il voucher di prenotazione per il Pallone d'Oro di France Football che gli viene assegnato dopo altre prestazioni europee che definire monumentali è riduttivo. In Italia la Juventus inizia la sua egemonia nel biennio 2004-2006 che verrà poi rinominato Calciopoli per via dei numerosi illeciti sportivi ravvisati. Il Milan si rifà incantando l'Europa con un gioco altamente offensivo e spettacolare che ha come vertici avanzati Andriy e Superpippo. L'ucraino, dopo essersi fratturato il naso in uno scontro di gioco durante Milan-Cagliari di campionato, rientra e segna (di testa) il gol del 2 a 0 ai cugini dell'Inter che viene spazzata via dalla competizione proprio dai rossoneri. Anche nel match di ritorno, il bomber rossonero mette a segno una rete spettacolare con un diagonale di sinistro da fuori area. La partita viene interrotta per lancio di fumogeni provenienti dalla curva Nord e la Uefa assegna un tre a zero a tavolino al Milan che trasforma il trionfo degli uomini di Ancelotti nell'ennesima umiliazione inflitta ai cugini. Nella sinfonia rossonera però, inizia ad avvertirsi qualche stonatura. Contro il PSV Eindhoven, la qualificazione viene ottenuta solo con un po' di fortuna e la finale presenta il conto salatissimo. Il Milan in vantaggio per 3 reti a zero viene rimontato dal Liverpool e perde la Coppa ai calci di rigore. A Sheva viene annullata una rete per un fuorigioco inesistente e Dudek gli nega la gioia del gol con una parata miracolosa durante i tempi supplementari e respingendo il “molle” rigore che abbassa le serrande sulla querelle finale. Il Milan lascia ad Istanbul (teatro della contesa) un pizzico di convinzione. Lo spogliatoio si frattura e si temono partenze illustri. Dopo la sconfitta contro la Sampdoria ad inizio campionato, Sheva si lascia scappare una frase: “Tanto sappiamo tutti qual'è l'obiettivo!”, un po' come dichiarare che la rivalsa in Coppa è l'unica cosa che conta. Il campionato fila via più o meno come il precedente, con il Milan danneggiato da decisioni arbitrali nel confronto diretto contro la Juventus a Torino ma lanciatissimo in Coppa. Proprio Istanbul restituisce qualcosa a Sheva. Andriy, contro il Fenerbahce, mette a segno un poker di reti diventando uno dei sette calciatori capaci di tale impresa nella Champions League. Il diavolo raggiunge a suon di goleade a San Siro la semifinale, dove il Barcellona regala un brusco risveglio ai ragazzi. Gli azulgrana espugnano San Siro e riescono a strappare un pareggio al Camp Nou che significa finale. Sheva esce affranto. Anche in questo match, l'arbitro gli nega una rete regolarissima sommando la beffa al danno. Il finale di campionato è grottesco. Berlusconi rivela l'intenzione dell'ucraino di lasciare il Milan e Sheva si vede costretto a scoprire le carte. Lui, quello che ad ogni lusinga di Real e Chelsea rispondeva: “Bene. Se c'è un'offerta per me il Milan mi proporrà più in fretta il prolungamento”, lascia la squadra. Il segnale decisivo è quando appare in curva sud, durante l'ultimo inutile match di campionato contro la Roma. E' il saluto finale. Abramovich porta al Chelsea il suo idolo per trasformare i blues in uno squadrone in grado di lottare per la Coppa dalle grandi orecchie. Ricordo a memoria le telefonate, la ricerca di notizie ufficiali, la paura, l'incredulità e la speranza di trattenerlo. Tutte sensazioni concentrate in quei giorni maledetti. L'arrampicata sugli specchi partorisce debolissimi motivi familiari per il suo saluto, tutti, in fondo credono ci sia dell'altro e che in fondo la ragione dell'addio sia tanto, tantissimo stramaledetto denaro. Sheva partecipa ai campionati del mondo di Germania con la sua nazionale ma vederlo brillare con la consapevolezza di non potere più godere di tanta luce fa dolere il petto. Dopo il mondiale il Milan si sgretola e viene punito pesantemente per alcune telefonate “proibite” del suo tesserato Meani. Il campionato viene compromesso da una penalizzazione di 8 punti e si decide (senza indugi) di concentrare gli sforzi sulla Coppa. La squadra raggiunge la finale contro ogni pronostico affidandosi al fiuto del gol di Kakà e Inzaghi. In Inghilterra, invece, per Sheva le cose si mettono malissimo. L'ucraino segna pochissimo e delude le attese. Appesantito e poco incisivo, bacia la maglia blu del Chelsea dopo poche settimane, spezzando il cuore a molti tifosi del Milan. La stampa lo attacca, parla di peggior affare del secolo e la panchina inizia ad accoglierlo spesso. Segna qualche rete importante ma sono più che altro sprazzi di opportunismo. Il Liverpool elimina i londinesi nella semifinale di Champions beffando il destino infame che aveva pronta, come l'ultima pagina di un romanzo rosa, la finale Milan contro Shevchenko. I rossoneri concretizzano la vendetta sui reds ma Sheva, quel sassolino nella scarpa incastratosi nello stadio Ataturk, non lo toglierà mai. Passa il tempo, e anche i campionati, Andriy, inutile soprammobile, stufo di accumulare polvere, torna al Milan in prestito. L'amore dei tifosi non è più lo stesso, come quando una persona tradisce e poi si pente. Si può perdonare ma non dimenticare e ci vuole tempo per rimarginare ...magari qualche gol. Ma il gol non arriva. Lo Shevchenko numero 76 è lontano parente di quello con il numero 7. Nessuno sacrifica il vitello migliore per il ritorno del figliol prodigo che manifesta l'intenzione di tornare a Londra. Poi, una sera, dopo un assist servito a Inzaghi, dichiara di volere restare a casa sua, a Milano. Questione di tempismo. Non è il momento. E' in atto lo svecchiamento e il campione ucraino lascia definitivamente il suo glorioso passato. Attualmente è a Kiev, dove si chiude il cerchio. Per lui resta la soddisfazione di avere segnato un gol all'Inter del triplete. Qualche giorno fa, una doppietta alla Svezia durante i campionati europei 2012 ha riacceso la miccia in un angolino del mio cuore. Quello spazio suo da sempre, perchè il debito con lui (quantificato in gioie) è incalcolabile. Così termina una splendida storia d'amore (perchè non saprei definirla in altro modo). La storia di un calciatore che non aveva in sé il genio di Van Basten o l'eleganza di Maldini, ma dava garanzie, come un trapano a pecussione, uno schiacciasassi, un carro armato. Il secondo bomber più prolifico nella storia del Milan e il mattatore numero uno nei derby contro l'Inter. Grande Sheva. Ti ho voluto bene e hai riempito la mia storia di splendidi momenti. Potevamo ottenere ancora di più e festeggiare insieme l'impresa del 2007 ma la vita non sempre va come vorremmo. “Adottato” e “diseredato”, aspettiamo altri capitoli (perchè non si sa mai) ma nel frattempo (come scrissi ad un amico dopo l'ufficialità del suo passaggio al Chelsea) -non è brasiliano però che gol che fa ...il fenomeno lascialo là, ma qui Sheva non c'è più.-

 

Enrico Bonifazi

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