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Fabio Cudicini

Del 29/12/2011 di Daniele Manuelli


Fabio  Cudicini Soprannominato il "Ragno Nero". Con il Milan vanta 127 presenze. Vince campionato, coppa Italia, coppa Campioni, coppa delle Coppe e coppa Intercontinentale.

Era un Natale freddo freddo, quello del 1970, nel centro Italia. Da casa mia vedevo il massiccio del Terminillo imbiancato. Le strade di Rieti erano anch’esse innevate, i rumori giungevano magicamente attutiti ai miei orecchi meravigliati di bimbo di sette anni. Sì, quello era Natale, l’appuntamento immutabile con la felicità. Ma l’Italia, intorno a me, mutava, eccome. L’autunno caldo della contrattazione sindacale, i ragazzi dai lunghi capelli e dalle barbe incolte di un ’68 deflagrato da poco, ma che già stava abbandonando la sua fase di generosa indistinzione creativa per urlare quegli slogan rabbiosi e cupi scanditi nelle liturgie assembleari che lasciavano presagire il decennio di piombo. La guerra in Vietnam in corso ,la primavera di Praga e il maggio francese ancora freschi, insieme al primo passo dell’umanità sulla Luna. Piazza Fontana. E poi, ancora, i primi sinistri scricchiolii dell’Italietta del boom,che sarebbe stata travolta dalla drammatica crisi petrolifera dell’autunno ’73. Questo e molto altro in quel periodo di lunga e dolorosa transizione. Ma il Natale con i suoi riti e i suoi doni cancellava le notizie che seguivo al telegiornale. E il dono più bello fu il completo da portiere del Milan, regalatomi da mio padre: una maglia nera con scollo profondo e colletto con ampi pizzi rossi, pantaloncini e calzettoni neri. Era quella la maglia di colui che per me, insieme ad un altro Grande di nome Gianni,significava Milan: Fabio Cudicini, triestino, classe 1935.
Da una parte Rivera, la perfezione del gesto, la grazia del cigno, l’anima vincente del fuoriclasse indiscusso, l’uomo in più,il protagonista polemico e algido ad un tempo, e dall’altra il tenero “Cudicione”, timido e riflessivo, estremo difensore forte, ma non fortissimo come Zoff e Albertosi. Il mio campione l’ho sempre riconosciuto, era persino un po’ goffo nei suoi 191 cm. Insomma, Fabio parava piuttosto bene, ma qualche volta incorreva in inopinati e grossolani errori di valutazione, che mi venivano fatti notare da amichetti non milanisti con la perfidia crudele e corrosiva tipica del bambino, mirando a destrutturare il mio mito. Tutto inutile. Amavo alla follia colui che incarnava, ad un tempo, bravura e imperfezione, qualità umanissime, e adoravo, fino all’immedesimazione totale, quel signore serio e modesto con i capelli demodé con la riga ragionieresca da una parte e quel viso da uomo qualunque. Lo sentivo vicino per il suo antiprotagonismo programmatico e non solo perché era un portiere, proprio come me. Il portiere, l’ultimo baluardo a guardia della sacralità del tesoro più prezioso per noi numeri uno di tutto li mondo, la porta ,il simbolo di tutto ciò che deve essere preservato ad ogni costo. E poi Cudicini era del Milan, anzi era il Milan.
Non aspettatevi spalle possenti alla Buffon, cosce massicce alla Peruzzi, baricentro basso da acrobata alla Gianluca Pagliuca: il mio modello di portiere era magrissimo, esile nelle lunghissime gambe e non imponente di tronco. Per i canoni attuali, un fisico eccessivamente longilineo, distante da quello degli interpreti del ruolo dell’ultimo venticinquennio, gladiatori dalla fisicità imponente. Fabio, figlio e a sua volta padre, di portiere, nacque calcisticamente nell’Udinese, storica fucina di campioni. Ci rimase per tre anni, poi il trasferimento alla Roma. Otto anni intensissimi, in cui il popolo giallorosso, caldissimo e passionale venne, per qualche misteriosa alchimia, conquistato da quel misurato “polentone”, così differente dall’idealtipo del testaccino, graffiante e caciarone. Quindi, l’inaspettato trasferimento a Brescia per 30 milioni.
Poi nel ’67 Rocco tornò al Milan e volle assolutamente con sé il suo concittadino. Fabio iniziò da titolare lo straordinario campionato del ’67-68, poi venne rilevato alla quarta giornata da Pierangelo Belli per problemi di natura fisica che lo tormentarono spesso nel suo quinquennio milanista. Il triestino tornò alla sedicesima e divenne uno dei protagonisti della cavalcata irresistibile dei rossoneri del paròn verso il nono scudetto. Tra Cudicini e i milanisti fu amore a prima vista e il nostro diventò rossonero dentro, come dichiarò più volte in seguito. L’anno successivo si distinse come attento guardiano del munitissimo fortino milanista. Subì (lo crediate o no) in 29 gare solamente 9 reti. Nell’unica partita in cui risultò assente, il test verità contro il lanciatissimo Cagliari di quel fenomeno straordinario di Gigi Riva, venne sostituito da Belli. Gli isolani vinsero 3 a 1. La Fiorentina del Petisso Pesaola vinse il tricolore, precedendo i rossoblù di Scopigno e i rossoneri di Rocco, fortissimi dietro ma poco incisivi in attacco. Quell’anno, nella magica notte di Madrid, il Milan vinse la sua seconda coppa Campioni, piegando un Ajax ancora acerbo. Straordinaria fu la partita di Fabio, nel ritorno di Manchester nella semifinale con lo United, quando contenne la furia reds con interventi strepitosi, dando origine alla leggenda del black spider. il ragno nero che arrivava ovunque.
Le figurine dei due primi anni di militanza rossonera ritrassero Fabio a mezzo busto: nella prima aveva la coccarda della Coppa Italia, nella seconda un gigantesco scudetto sul cuore, come andava allora. Il ‘69-70 si aprì con la strepitosa conquista della Coppa Intercontinentale nella ritorno rissa della Bombonera contro gli argentini dell’Estudiantes. Cudicini guidò la difesa con maestria e self control. A novembre il Milan venne estromesso dalla Coppa Campioni dai futuri campioni del Fejenoord, in un ideale passaggio di consegne. In campionato perdemmo molte gare e uscimmo dalla lotta scudetto già nel girone di andata. Vinse il Cagliari del trainer reatino Scopigno. Fabio risultò presente nella prime 27 partite ,in cui subì 20 reti, poi lasciò nelle ultime tre giornate la porta a Vecchi. Nel ’70-71 il Milan partì a mille verso la stella, segnando molti gol e divertendo. Nel girone di ritorno, l’Inter di Invernizzi recuperò e vinse il tricolore, approfittando di un crollo verticale rossonero, il tutto nel mio personale sconforto. Ci piazzammo secondi. Fabio fu valido titolare nel girone di andata, ma, nel ritorno, si alternò spesso con Belli, per un totale di 23 partite e 19 reti subite. Cudicini lasciò il posto a Belli anche nella fase finale di Coppa Italia, culminata in una nuova cocente delusione, lo spareggio di Marassi contro il Toro perso ai rigori. Le figurine di quel biennio lo ritrassero a figura intera, in un completo nero attillatissimo ( esattamente come il mio). Il ‘71-72 (figurina a mezzo busto, insolita maglia verde, molto bella) vide Cudicini titolare per tutte e 30 le gare per un totale di 17 reti subite. Ricordo due performances non felicissime con la Juve a San Siro (1 a 4) e nel derby di marzo (1 a 1, in virtù di una sua uscita incomprensibile a 30 metri dalla porta). Non dimentico i titoli ironici di alcune testate sportive che mi offesero a morte: ”Cudicini:gallina vecchia fa buon brodo?”. Per il resto, Fabio e il Milan disputarono un bel campionato, ma fummo di nuovo secondi, appaiati al Torino, ad un solo maledettissimo punto dalla Juve del primo scudetto bonipertiano. In Uefa venimmo eliminati in semifinale dal Tottenham, ma in Coppa Italia, sotto i miei emozionatissimi occhi, il 5 luglio 1972 superammo il Napoli all’Olimpico per 2 a 0 e conquistammo la coccarda. Cudicini apparve ai miei occhi come un eroe omerico, tanto più che giocò buona parte della gara con una vistosa fasciatura al capo: la vittoria dopo la sofferenza, cosa c’è di più bello nello sport e nella vita ?
Ero un bambino felicissimo quella sera per aver visto i miei idoli dal vivo e per aver ammirato soprattutto loro, la coppia Gianni - Fabio, i miei riferimenti calcistici, così diversi, ma così complementari. Io non lo sapevo, ma quella fu l’ultima partita di Fabio Cudicini. Fece appena in tempo a farsi inserire nella foto ufficiale dell’organico del ’72-73 e poi, vinto dai malanni alla schiena, annunciò il suo ritiro. Non ci volevo credere, ma, alla fine, fui costretto ad arrendermi all’evidenza: il mio adorato spilungone non avrebbe più difeso la porta del Milan. Si chiuse un’era. Dovetti rendermi conto che gli dei del calcio non erano figurine, ma uomini sottoposti all’usura biologica, come tutti gli altri. Ma il Ragno Nero occuperà nel mio immaginario, per sempre e senza possibilità di discussione, la maglia da titolare del mio Milan ideale, proprio come quando ero piccolo e sognavo di poter assistere ad una gara di quel Milan dalla maglia e righe sottilissime. E i sogni di un bambino , dei quali è necessario conservare una traccia nella spietata prosaicità della dimensione adulta, non si tradiscono. Mai.
Marco Di Pietro

Mauro. scrive:
Il grande Fabio Cudicini,chi se lo pu˛ dimenticare il ragno nero del Milan!!
Scritto: Mercoledì 2 Ottobre 2013
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