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Juan Alberto Schiaffino

Del 01/10/2012 di Enrico Bonifazi


Juan Alberto Schiaffino Centrocampista uruguaiano dotato di grandissimo talento nel palleggio che aveva nella straordinaria visione di gioco il suo punto di forza. Conquistò tre scudetti con il Milan. In nazionale si tolse la soddisfazione di vincere la Coppa Rimet in Brasile, contro i fortissimi padroni di casa.

Spesso odiamo quel televisore che imprigiona le nostre vite al divano, regalandoci in cambio volgarità, ignoranza e sofferenza. Se teleschermi e videoregistratori avessero, però, conosciuto maggiore diffusione negli anni 50, saremmo loro debitori in eterno per averci consentito di tramandare la poesia calcistica composta dai piedi di Juan Alberto Schiaffino. Purtroppo il materiale reperibile è invece molto poco, con la qualità “sporcata” da strappi di pellicola e scatterelli da Super8 ma anche così, le immagini di questo talentuoso calciatore uruguaiano, rendono perfettamente l'idea di quanta classe fosse in suo possesso. Nato a Montevideo (nel 1925) da una famiglia con radici italiane, “Pepe” Schiaffino si dedicò al calcio per seguire le orme del fratello Raùl, punta di diamante del glorioso Peñarol. Gli addetti ai lavori rimasero impressionati dal suo talento che formava un sodalizio micidiale con il senso di sacrificio. Il giovane Schiaffino sapeva “accendere i riflettori” sul gioco con prelibatezze di fino alternate al gioco maschio che era tra le sue caratteristiche. Passato per Olimpia e Nacional, arrivò anche per lui la chiamata dei gialloneri del Peñarol, squadra con cui conquistò parecchi trofei. Cinque campionati uruguaiani , cinque tornei di Competencia e ben otto Tornei Honor, anche se il trofeo più importante di tutta la sua prima parte di carriera fu la conquista del Campionato del Mondo in Brasile del 1950 con la nazionale uruguaiana. Chiaramente pronto per l'impegnativo palcoscenico europeo, Juan Alberto fu acquistato dal Milan nel 1954 per una cifra che si aggirava sui 50 milioni di Lire. Il Genoa, interessata in un primo momento al talento sudamericano, abbandonò la trattativa, giudicando troppo alta la somma e così, approfittando della presenza del calciatore, con l'Uruguay, in Svizzera per disputare la Coppa del Mondo, lo staff rossonero riuscì a chiudere la trattativa. Schiaffino giunse in Italia nel pieno della sua maturità. I suoi 29 anni, considerati da molti l'anticamera del declino, si rivelarono invece l'alba di una nuova esperienza ricca di trionfi. Il suo fisico asciutto e allungato gli consentiva movimenti agili e grande controllo di palla tanto che di lui, qualcuno disse che avrebbe potuto fare il lanciatore di coltelli durante il gioco, tanto era il suo equilibrio. Poco dopo il suo arrivo a Milano, mise a segno la prima doppietta in Italia, contro la Triestina che diede il via al primo dei tre scudetti conquistati con la maglia rossonera. Altra sua caratteristica da extraterrestre era la visione di gioco. Cesare Maldini definì il suo cervello come una specie di radar in campo, capace di captare a distanza i movimenti dei compagni. Nel 1956 arrivò la sua prima Coppa Latina, contro gli spagnoli dell'Athletic Bilbao e nel 1957 festeggiò un'altra vittoria del Milan nel campionato italiano. L'Italia lo adorava, malgrado qualche parolina di troppo nei confronti degli arbitri, ma come non chiudere un occhio di fronte ai suoi tocchi di esterno e alle finezze in grado di aprire spazi per se e per i compagni in mezzo al campo. Il 1958 fu l'anno dell'amarissima finale dell'Heysel dove lo squadrone del Real Madrid venne messo sotto dal Milan. I rossoneri si portarono per due volte in vantaggio ma vennero raggiunti nei minuti finali da Rial e sorpassati da Gento nel corso del primo tempo supplementare. Terminò 2 a 3 per i blancos. Schiaffino segnò l'illusoria rete dell'1 a 0 e si rese protagonista di una grande prestazione che lasciò rimpianto e voglia di rivalsa. Il 1958/'59 fu il suo ultimo campionato con il Milan. Un altro fuoriclasse, destinato a scrivere il suo nome nella storia del club, Josè Altafini, iniziò a mettere dentro reti a grappoli, gettando le basi per un progetto futuro di squadra, progetto a cui non prese parte Pepe Schiaffino. Per l'uruguaiano arrivò un'offerta superiore ai cento milioni di lire che, considerata l'età del calciatore e il periodo, rappresentavano una cifra davvero considerevole. Il Milan conquistò anche quello scudetto ma cedette "Pepe" alla Roma scatenando le proteste della tifoseria. La carriera di Schiaffino terminò nel 1962, dopo due anni nella squadra capitolina. Con i giallorossi vinse una Coppa Latina e deliziò la platea con gli ultimi “numeri” prima dei titoli di coda. Nelle sue ultime apparizioni in campo, rivestì il ruolo di libero dai piedi “buoni”. Dopo il ritiro, tornò in Uruguay, a Montevideo dove intraprese (anche se brevemente) l'avventura da allenatore con risultati non troppo soddisfacenti. Nel 2002, sei mesi dopo la morte della moglie Angelica, arrivò la notizia della sua dipartita, causata da un male incurabile. Gli venne tributato un funerale solenne e molti giornali del tempo dedicarono pagine intere nel ricordo dell'uomo capace di realizzare i sogni di una intera nazione sportiva. La sua classe, le sue liti in campo con Varela, capitano dell'Uruguay, i suoi gol e la sensazione di potere creare magie da un momento all'altro, sono un'eredità che questo incredibile campione ha lasciato alla storia. Schiaffino si rispecchia in una frase pronunciata dal giornalista Gianni Brera: “Forse non è mai esistito regista di tanto valore. Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d'istinto”. Tra i tanti campioni che hanno speso sudore e lacrime per i colori rossoneri, mio padre non ha dubbi e sceglie lui, ancora oggi, a distanza di mezzo secolo. Schiaffino ha illuminato il calcio e la sua luce non si è ancora spenta nel cuore di chi il calcio lo ama davvero, anche attraverso i ricordi.

 

Enrico Bonifazi


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