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Oliver Bierhoff

Del 26/04/2013 di Enrico Bonifazi


Oliver Bierhoff Nell'estate del 1998 approda al Milan uno dei più forti colpitori di testa dell'ultimo ventennio: il tedesco Oliver Bierhoff. Il suo arrivo concide con la conquista di un incredibile scudetto strappato alla Lazio. Oliver, con i suoi 19 gol, resterà il simbolo di quella spettacolare stagione.

Estate 1995. Mi trovo a casa di amici e calcolatrice alla mano, sto cercando di imbastire una squadra competitiva per l'imminente inizio del Fantacalcio. La scelta di attaccanti è vasta ma le regole del gioco costringono gli acquirenti alla “coperta corta” ossia: se spendi troppo nell'attacco poi non ti restano “fantasoldi” per centrocampo e difesa. Dal momento che i bomber che garantiscono una certa puntualità con il gol hanno costi proibitivi, io ed il mio “socio”, optiamo per il tedescone Oliver Bierhoff che sembra possedere i requisiti giusti e un adeguato rapporto qualità-prezzo. Proviene dall'Ascoli, dove ha disputato un paio di campionati in serie B coronati da ottimi numeri individuali ma sfociati nella retrocessione in C dei marchigiani. L'Udinese ha acquistato il cartellino dall'Inter per farne la propria punta centrale. Bastano poche partite per fare render conto all'Udinese (nella realtà) e a me (nel fantauniverso parallelo) di avere fatto un affare di proporzioni colossali. Oliver, con le sue spalle larghe e il suo metro e novanta di altezza, si rivela un perno formidabile per il fronte offensivo dei bianconeri. Macchinoso nel gestire i palloni rasoterra, il tedesco si dimostra implacabile nel gioco aereo. La sua fronte, che si eleva sulle altre grazie ad una potenza di stacco formidabile, si trasforma in incudine nel momento dell'impatto con il pallone e da essa partono autentici proiettili indirizzati verso la porta avversaria. Nella sua prima stagione friulana mette a segno 17 reti in 31 presenze (più di una rete ogni due partite) e si distingue anche per un discreto numero di assist. Il suo rendimento supera di gran lunga le aspettative, convincendo Vogts, il CT della nazionale tedesca ad “arruolarlo” in vista della spedizione estiva in Inghilterra, per i Campionati Europei del 1996. Oliver non parte da titolare ma siede in panchina, aspettando la giusta occasione. Il cammino della Germania è complicato ma dopo una serie di partite al cardiopalma contro Italia, Croazia e soprattutto contro i padroni di casa inglesi, raggiunge la finalissima contro la Repubblica Ceca. Anche in questo caso, l'undici titolare di Vogts non prevede il poderoso Bierhoff. La Repubblica Ceca parte molto bene e in un match combattutissimo passa in vantaggio al quarto d'ora della ripresa grazie ad un calcio di rigore realizzato da Berger. I tedeschi faticano ad organizzare una reazione convincente e così arriva il momento di Oliver Bierhoff. Subentrato a Scholl quando mancano venti minuti al termine dell'incontro, gli bastano pochi istanti ed un cross preciso per svettare in area ed incornare in rete il pallone del pareggio che porta le due squadre ai supplementari. Nell'overtime, Bierhoff diventa “eroe” nazionale, realizzando, con un diagonale di sinistro, il gol che consegna alla Germania il titolo europeo. Emozioni fortissime che traspaiono dalle immagini di quei momenti. Bierhoff dopo le notti britanniche magiche, torna al campionato italiano con una maggiore convinzione acquisita grazie alla “consacrazione” in patria. Purtroppo qualche acciacco ridimensiona un po' le sue statistiche effettive (la media gol resta altissima) ma la sua esplosività riaffiora con la potenza di un'eruzione nel campionato 1997-98, anno in cui con l'impressionante somma di 27 reti in 32 partite, il tedesco trionfa nella classifica cannonieri della serie A, contribuendo alla conquista del 3° posto raggiunto dai bianconeri e diventando il primo calciatore straniero a vincere la classifica dei marcatori sia in Serie A che in Serie B. L'impresa dell'Udinese però cattura gli attenti occhi degli osservatori rossoneri che, dopo un lungo flirt iniziato già prima del termine del suddetto campionato, annunciano il connubio con il Mister Alberto Zaccheroni, il quale porta con se dal Friuli, il bomber tedesco ed il mastino danese Helveg per proseguire in rossonero il suo progetto basato sul gioco d'attacco che si sviluppa sulle fasce. E' il vero botto del calciomercato rossonero teso a volere rilanciare i diavoli dopo due stagioni che, definire fallimentari è eufemismo al quadrato. Per il resto, qualche acquisto molto criptico, come l'arrivo di Guglielminpietro (Guly), sconosciuto argentino aggregato a Milanello con la fama di attaccante esterno, o gli arrivi di Luigi Sala e del portiere Lehman. Sembrerebbe un anno intrappolato nella transizione ma il genio di Weah, il ritorno al gol con regolarità di Leonardo e soprattutto i cross dell'insospettabile Guly (rivelatosi un laterale lento ma preciso), restituiscono vigore ad un attacco in affanno da quasi un biennio. Bierhoff, pare avere una magnete per palloni vaganti incastonato in fronte. I suoi colpi di testa non si basano sulla precisione ma sbriciolano mattoni per la loro potenza. Oliver timbra da subito con grande regolarità. L'attacco del Milan è davvero assortito e sopperisce alle mancanze di una difesa a tre davvero in grande difficoltà. Con parecchia fortuna (saranno addirittura 4 le partite vinte con il punteggio di 3 a 2) ma anche grandi meriti, il Milan rimonta sette punti alla Lazio e vince lo scudetto più incredibile e rocambolesco della sua storia calcistica. Decisivi risulteranno anche il rispolvero di Zorro Boban come trequartista con risultati stupefacenti, l'esplosione di Sala nel trio difensivo, il debutto del giovane Abbiati, che conquista il posto da titolare grazie ad una lunga squalifica inflitta al titolare Sebastiano Rossi e un paio di gol pesantissimi in momenti fondamentali di Maurizio Ganz. Milano è in delirio. Durante il girone di andata, Bierhoff viene accusato dai suoi ex-tifosi di essersi lasciato andare ad un'esultanza esagerata dopo un gol di Weah segnato all'Udinese e il numero 20 rossonero, dopo avere insaccato due gol ai friulani nel match di ritorno, resta impassibile. In estate il Milan torna ad investire. Dall'Ucraina arriva anche il bomber Shevchenko, dal Brasile il laterale sinistro Serginho e dalla Salernitana il mastino Gattuso. La stagione parte piuttosto bene ma stavolta il diavolo non tiene il passo con Lazio e Juve e finisce al terzo posto. Serginho non riesce a sfruttare le sue potenzialità per rifornire a dovere Bierhoff di palloni alti e Weah trova sempre meno spazio tanto da decidere di cambiare aria. Nel suo secondo campionato in rossonero, Bierhoff segna soltanto undici reti ma l'equilibrio regge grazie alla grande prolificità di Sheva. Nel 2000/2001, ultima stagione a Milano per Oliver (ormai trentatreenne), le reti e le presenze calano. Si punta sulla coppia Shevchenko-Josè Mari e per l'eroe del 16° scudetto, dopo l'esonero subito da Zaccheroni, si prospetta un futuro lontano da Milanello. Per lui, una parentesi al Monaco (18 presenze e 4 reti) per poi tornare in Italia e terminare la carriera nel Chievo Verona (26 presenze e 7 gol uno dei quali proprio ai rossoneri al Bentegodi) dove resterà memorabile la tripletta segnata alla Juventus. In mezzo alle due esperienze c'è la significativa parentesi in Corea e Giappone per il mondiale 2002. La Germania viene sconfitta in finale dal Brasile. Bierhoff entra nel match a giochi praticamente fatti e stavolta il miracolo dell'europeo inglese non si ripete. Una medaglia d'argento che lascia rammarico ma resta un piazzamento di tutto rispetto. Ho un gran bel ricordo di Oliver Bierhoff, un campione corretto, potente, implacabile di testa, a volte magari anche goffo come un albatros posato su di un ramo ma elegante e quasi regale come lo stesso albatros durante il volo

 

Enrico Bonifazi

(Fotografie dal Web)


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