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Roberto Donadoni

Del 09/06/2014 di Enrico Bonifazi


Roberto Donadoni Un uomo di fascia capace di dribblare e segnare; un fabbricante di assist e prestigiatore del pallone; questo ├Ę Roberto Donadoni "per sempre rossoner..."

Estate 1986: una folla carica di entusiasmo attende i propri idoli, in arrivo dal cielo sopra l'Arena di Milano. Mentre atterrano gli elicotteri, gli altoparlanti diffondono la “Cavalcata delle Valkirie”. Si aprono i portelli ed escono capitan Baresi, Tassotti e molte facce nuove, tra cui quella di Roberto Donadoni, un ragazzo, destinato a cambiare la storia del Milan. In mezzo a idoli consolidati e nomi altisonanti, il giovane calciatore bergamasco rischia di passare inosservato all'interno di una ristrutturazione partita dal portafogli del neopatròn Berlusconi, determinato a portare il Milan ai vertici del continente e del mondo, dopo averlo rilevato allo sfascio più totale, pieno di debiti e ad un passo dal fallimento economico. Roberto, grazie alle basi acquisite nelle lunghe domeniche sui campi dell'oratorio di Cisano Bergamasco, si è guadagnato precocemente la stima della “Dea” Atalanta e partecipa attivamente, dopo anni di gavetta nel settore giovanile, alla scalata della squadra nerazzurra nella massima serie del campionato italiano. Donadoni è uomo di fascia, uno degli ultimi “non costruiti”; il suo dribbling è qualcosa di difficile da descrivere a parole; la rapidità di un cobra e l'eleganza di un purosangue unite in un gesto tecnico-atletico che non ci si stancherebbe mai di ammirare. L'esterno bergamasco, dopo essersi messo in mostra nella stagione 1985/86, viene considerato tra i futuri talenti del calcio e diventa oggetto di polemiche la sua esclusione dai campionati del mondo del Messico, nell'estate del 1986. Enzo Bearzot preferisce affidarsi a molti “fedelissimi” veterani come Altobelli, Cabrini, Scirea, con l'aggiunta di alcuni elementi importanti dell'Hellas Verona, autentica rivelazione di quegli anni. La decisione di portare con sé un Paolo Rossi ormai prossimo al “pensionamento” calcistico, accende le discussioni. Nel frattempo Donadoni viene ingaggiato dal Milan e diventa il pezzo più pregiato del primo mercato effettuato dalla coppia Berlusconi-Galliani. Il ragazzo si inserisce alla perfezione negli schemi di Nils Liedholm e nonostante i ritmi bassi di quel Milan, riesce a dare velocità alla manovra e a rifornire con palloni invitanti e cross perfetti, la fronte ispiratissima di Pietro Paolo Virdis. Roberto rivela grandi doti anche nel palleggio e nella conclusione dalla distanza. Dai sedici metri arrivano le sue prime reti in rossonero. Il Milan, dopo l'esonero del “barone” svedese, rimpiazzato da Fabio Capello, si qualifica per la coppa Uefa e pianta radici sul futuro grazie agli innesti di Van Basten, Gullit, Colombo e Ancelotti. Sulla panchina, nella stagione 1987/88 siede Arrigo Sacchi, profeta del gioco di attacco totale e della “strategia” del fuorigioco. Il ruolo di Donadoni diventa sempre più offensivo. E' l'anno dell'undicesimo scudetto che viene aperto proprio da un suo bellissimo destro da fuori area che s'infila sotto l'incrocio dei pali nella partita di esordio a Pisa. La stagione sarà una lunga rincorsa al Napoli di Maradona, conclusa con il sorpasso e il trionfo rossonero. Tutto parte da qui. L'Europa inizia a conoscere la squadra che dominerà il palcoscenico della Coppa dei Campioni per un biennio. Durante l'estate 1988, un Roberto Donadoni ormai “consacrato” in azzurro, brilla ai campionati continentali di Germania (l'Italia terminerà la sua corsa in semifinale contro l'U.R.S.S.) e si ripresenta a milanello motivatissimo. Nonostante le giocate sopraffine e il suo apporto sulla fascia, non sarà un anno facile per Roby. L'inizio del Milan è tentennante e contrapposto ad una marcia trionfale dell'Inter di Trapattoni, costringe i rossoneri a “mollare” la presa in campionato e puntare con determinazione alla Coppa dei Campioni. Al secondo turno, Donadoni e compagni affrontano la Crvena Zvezda (Stella Rossa) di Belgrado in una sfida infinita. La partita di andata termina in parità e solo la nebbia salva i rossoneri ad inizio ripresa nel match di ritorno (il Milan era sotto di un gol). Tutto viene rimandato al giorno successivo con orario pomeridiano. Donadoni, verso la metà del primo tempo effettua un dribbling strettissimo nei pressi del vertice dell'area e lascia partire un traversone millimetrico che la fronte di Van Basten trasforma in gol grazie ad una semplice carezza: 0 a 1. La gioia dura poco e arriva come un fulmine a ciel sereno il pareggio di Stojkovic. Donadoni, nel corso della “battaglia” del Maracanà di Belgrado si scontra (testa a testa) con Vasiljevic e dopo attimi di paura per una sua perdita di coscienza, abbandona il campo in barella. I rossoneri passano ai calci di rigore ma si contano i “cocci” della due giorni calcistica tra i fuoriclasse del team di Sacchi. Ai quarti di finale, Roberto Donadoni subisce il fallo da rigore che Van Basten trasforma, necessario alla qualificazione, contro l'ostico Werder Brema di Rehhagel e "rifulge" tra i protagonisti (con assist e gol) della spettacolare semifinale che oppone il Milan al fortissimo Real Madrid (1 a 1 all'andata e 5-0 per il Milan a San Siro). La finale è un “tappeto rosso”; il Milan vince 4 a 0 contro la Steaua di Bucarest ed è apoteosi. Donadoni vede il proprio nome “scolpito” nella storia del club di via Turati ed è solo l'inizio. L'anno successivo le magie europee continuano. Contro il Malines, detentore della Coppa delle Coppe, il campione bergamasco mette in mostra il più vasto campionario di finte e dribbling, giocando una delle sue partite più memorabili. I suoi giochi di gambe sono ubriacanti per il povero Cljsteers che, costretto ad innumerevoli scorrettezze per fermarlo, viene mandato negli spogliatoi anzitempo dall'arbitro. Lo show di Donadoni scalda la platea nella freddissima serata di San Siro ma quando, esasperato dall'ennesimo sgambetto subito, Roberto accenna una reazione e viene espulso, sullo stadio cala nuovamente un gelo che nemmeno i gol di Van Basten e Simone riusciranno ad alleviare del tutto. La reazione costa al numero 7 rossonero tre giornate di squalifica: niente finale di Vienna per lui (Il Milan batterà con grande fatica i portoghesi del Benfica). La stagione 1989-90 vedrà concludersi i rapporti del Milan con Sacchi. E' un'estate amara quella di Donadoni. Nella semifinale del mondiale in Italia, lui e Aldo Serena falliscono i rigori che avrebbero potuto portare all'ultimo atto la nazionale; l'Argentina elimina gli azzurri e sarà lei ad affrontare la Germania per il titolo mondiale. Ci penserà di nuovo il Milan a risollevare il morale del talentuoso trequartista. La nuova gestione di Fabio Capello porta la squadra ad aprire un lungo ciclo vincente che comprenderà tre scudetti consecutivi, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa europea e tre Supercoppe Italiane. Donadoni, seppur sempre più decisivo in rossonero, conoscerà l'ennesima delusione azzurra. Sotto la guida dell'ex rossonero Arrigo Sacchi, l'Italia raggiunge la finale dei mondiali U.S.A. '94 contro il Brasile. Ancora una volta saranno i calci di rigore a condannare la nostra nazionale (Donadoni non sarà tra i tiratori) e l'amara idea dell'incompiuto in azzurro, germoglia come una specie di ingiustizia sportiva che emette crudeli sentenze ad un passo dall'obiettivo. Nel triennio '96-'98, Donadoni (trentatreenne) passa ai New York Metrostars dove disputa ancora ad ottimi livelli, seppure in un campionato di minor livello, due stagioni e mezzo. Con il ritorno di Capello, dopo la parentesi Tabarez/Sacchi, al Milan, Roby torna a vestire la maglia rossonera con il proposito di terminare a Milano la carriera  facendo la “riserva di lusso”. L'annata però è disastrosa e per lui, lo spazio a disposizione sarà molto poco. Il Milan non si qualifica a nessuna competizione europea e Fabio Capello conosce l'amarezza dell'esonero. Zaccheroni, il nuovo tecnico, rivoluziona la squadra e la sua impostazione. Donadoni viene utilizzato con il contagocce ma lascia alcune sue importanti tracce sullo scudetto numero 16 (1999) vinto in volata sulla Lazio. L'ultima sua stagione agonistica (1999-2000) sarà con L'Al-Ittihad, nel campionato saudita, in attesa di fare le “ossa” come allenatore nel campionato italiano. La sua nuova avventura a bordo campo, inizia dalla “gavetta”, in C1 con il Lecco, poi il Livorno e il Genoa e ancora il Livorno. Se ne va da dimissionario, chiamato a coprire il ruolo di tecnico della nazionale nello “scomodissimo” dopo-Lippi, con l'Italia campione del mondo in carica. La sua esperienza agli europei, conferma una sorta di "maledizione" in azzurro. Ai quarti di finale, l'Italia viene sconfitta dalla Spagna (che vincerà la coppa); ancora una volta fatali saranno i calci di rigore. Dopo la parentesi in nazionale viene ingaggiato da De Laurentis per la panchina del Napoli: da un azzurro all'altro. Viene esonerato anche dall'esigente presidente partenopeo e si “accasa” a Cagliari con discreti risultati, prima di finire al Parma. “Per sempre rossoner...” cantavano i ragazzi della curva negli anni novanta... io credo proprio che un giorno la sua strada e quella del Milan s'incroceranno nuovamente. Nel frattempo, possiamo chiudere gli occhi e ricordarlo sul campo; rivedere quei dribbling che nessuno sembra più saper fare, perché non era semplicemente un “andare via in velocità”, era altro. Era uno stile, un'arte, un dono, Roberto Donadoni, “il cocco del presidente”, troppo bello per non rimpiangerlo.

 

Enrico Bonifazi

(Fotografie dal Web)


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