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Brocchi si nasce, Abbiati no.

Del 10/05/2016 di Irene Benedetti


Brocchi si nasce, Abbiati no. La frase: "Questo Milan non mi appartiene e non lo riconosco" rappresenta la mia stima immensa per un campione che ha difeso la porta rossonera per 15 stagioni.

Ciao Christian. Non basterebbe un articolo per ringraziarti della tua fede rossonera della tua pazienza mentre venivi sbattuto da una parte all’altra passando per Torino (entrambe le sponde), Genoa, Madrid per poi far ritorno in un Milan che ti ha ipnotizzato, raccontato della favola Ibra per poi farti perdere le staffe anche a te. Quella frase, in un giorno d’addio: “Ho deciso di smettere perché in questo Milan non mi ritrovo, faccio fatica a digerire che noi siamo questi” la dice tutta.  E pensare che Abbiati , già nella partita di Verona con il Chievo aveva risposto sul campo a suon di parate come lui ama fare e a fatti, a fine gara, esortando la squadra a tirare fuori gli attributi. L’ha seguito anche Abate ma il discorso non è stato concepito da una squadra fatta di solisti (Bacca), capricciosi (Balotelli), morti viventi, calcisticamente parlando (Montolivo) e da una merendina squisita come Bonaventura, trasformatosi nel Milan come il biscotto Ringo di El Shaarawy, già proprio lui, regalato alla Roma e autore anche del gol dell’ex. In panchina, capolavoro dei capolavori, un certo Christian Brocchi, uno che ad inizio carriera a Verona, insieme a Melis, Italiano e una serie di centrocampisti che ne avremo sentiti parlare, realizzava gol con destro a giro, belli da ricordare. Passato nell’Inter, arrivò al Milan dalla sponda nerazzura. In rossonero, era uno dei tanti capaci di dare il suo contributo a partita in corso e a fare spogliatoio. Grinta, determinazione, piedi buoni e anche sfortuna, nel Milan centrò un  po’ meno la mira ma in certe serate come quella del 2002/03, quel tiro diretto all’incrocio solo il portiere dell’Ajax poté vederlo. Poi tra Fiorentina e Lazio una parentesi nuovamente in rossonero, dove fu autore della strepitosa rimonta che condusse i rossoneri dal -9 alla vittoria in Champions League. Ma Brocchi con tutto rispetto non era Inzaghi o Seedorf, regalare le panchine in questa maniera, a dispetto di un allenatore come Mihajlovic, il quale ha la sola colpa di non essere stato servizievole, porta a una sola e approfondita analisi: “Questo non è più il Milan di Abbiati e sinceramente neppure noi tifosi rossoneri ci ritroviamo a sostenere una squadra simile che non ragiona neppure da provinciale”. E’ finita sfortunatamente la stagione, malamente, ora occorre ricostruire, che siano pezzi made in Italy o made in Cina, l’importante che siano di ottima qualità, altrimenti ci ritroveremo tutti come bricioline di pane e quella briciolina chiamata Abbiati, se né appena andato, appendendo le scarpette al chiodo. Da Bologna 1999, in un freddo gennaio ad oggi la temperatura non è cambiata. Una carezza a Brocchi: a volte le persone intelligenti, gli amici, come lui osa definire il rapporto con Abbiati, sono coscienti di ciò che fanno. Dedicare l'ultima partita  a San Siro ha uno che ha fatto 15 stagioni nel Milan era obbligatorio non doveroso, non riservarglieli lo spazio e indurlo a risponderti "Mister fai le scelte per aggiustare il match, non pensare a me " fa capire che il Brocchi allenatore deve ancora maturare. Messaggio chiaro anche per Berlusconi e dirigenza:” non raccogliere il frutto dall’albero prima della completa maturazione altrimenti assaggerai un prodotto acerbo”. Felicità cantava Albano, ma i tifosi sperano di cantare "champagne" stappando la bottiglia di una cessione che deve avvenire per un cambiamento epocale.

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