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Digao

Del 24/12/2011 di


Digao Nell'Italia del baronaggio e del clientelismo, non poteva mancare l'esempio calcistico. Digao, fratello del campione Kakà, fece benino a Rimini: per il resto fu disperazione di tutti i mister che hanno avuto la sfortuna di allenarlo.

Noi viviamo un’epoca grandiosa dal punto di vista della ricerca scientifica, è inutile negarlo: basti pensare al fatto che il DNA è stato mappato solo di recente, nel 2007, fornendo così tantissimi spunti su cui indagare. Purtroppo la ricerca scientifica non sempre può fare miracoli, come nel caso dei calciatori: vi sono casi di talento puro nascosto nel DNA, come nei Maldini, e vi sono altri sconcertanti casi in cui il talento calcistico fa sembrare due fratelli lontani (lontanissimi) parenti. Questo è appunto il caso dell’impronunciabile Rodrigo Izecson dos Santos Leite, per gli amici (o forse per i pochi che lo conoscono) Digao, fratellino del fenomenale Kakà.

 


La storia calcistica di Digao è, per certi versi, molto tenera. Difensore centrale di una scarsezza inumana, alto e dinoccolato, negato con entrambi i piedi e di una timidezza sconcertante, sembrava effettivamente un Kakà malriuscito. La somiglianza fra i due era notevole, soprattutto in viso, nonostante alcune differenze che mettevano in risalto come Digao fosse il fratello sfigato: sorriso sghimbescio, acne giovanile a tempesta, apparecchio di fantozziana memoria ai denti e la scomoda e fastidiosissima nomea di “fratello pippa del pallone d’oro”. Diventato famoso solo (e sottolineo solo) per essere il fratello di Kakà, Digao arrivò in Italia seguendo il fratellone bravo, non tanto perché il Milan credesse davvero a questa mostruosità del calcio, quanto perché Kakazinho ne impose (pare) l’acquisto alla dirigenza rossonera: essendo quella di Kakà una famiglia molto legata e particolare, per accontentare quel ladro del papà-procuratore Bosco, il Milan inserì nella trattativa anche il cartellino di questo giovane tutt’altro che promettente. Voci maligne di corridoio narrano addirittura che nei contratti di Kakà fosse presente una clausola che assicurava al fratellonzo la permanenza al Milan, con la possibilità di sfruttare ad vitam una lussuosissima villa nei pressi dello stadio di San Siro, giusto per sentirsi almeno in apparenza coinvolto nella vita della Milano calcistica. In pratica ad ogni adeguamento del contratto di Kakà, s’arricchivano sia il papà-procuratore sia il fratello-zappatore: uno strepitoso esempio di azienda a conduzione familiare. Ed in fondo Digao, che stupido non era (raccomandato si, ma stupido no), alla domanda di un giornalista brasiliano che gli chiedeva se la sua parentela con Kakà lo avesse aiutato a venire al Milan, rispose candidamente: “Essere fratello di Kakà mi ha aperto molte porte, non posso essere ipocrita e negarlo”. Continuando a rispondere, disse anche: “ma in campo chi va sono io, il Milan ha bisogno di un rinnovamento in difesa ed io sono pronto, anche se so che non sempre giocherò dal primo minuto”. I fatti lo smentiranno presto, forse perché ad andare in campo (o quantomeno a provarci) era davvero lui e non la copia di suo fratello.

 


Giunto al Milan nell’estate del 2004, dal San Paolo, nel pacchetto promozionale “viaggio a Milano per la famiglia Leite”, Digao fu immediatamente ceduto in prestito alla primavera della Sampdoria: a causa del suo status di extracomunitario non poteva essere immediatamente tesserato dai rossoneri. L’anno successivo, nel 2005, arrivò a Milanello ma solo in breve visita: fu infatti girato immediatamente in prestito al Rimini in Serie C, dove rimarrà per due stagioni, il tempo di gustarsi la promozione in B e di incontrare la Juventus fresca retrocessa per le vicende di calciopoli. In merito a quella partita, Digao dichiarò: “Ricky mi ha avvertito che davanti ci troveremo grandissimi campioni. Mi ha detto che devo stare super-attento. Spaventato per Del Piero e Nedved? In allenamento a Milanello ho già marcato Crespo e Shevchenko”. Purtroppo per lui, o fortunatamente, Del Piero e Nedved continuerà ad ammirarli sulle figurine dell’album Panini, visto che alla fine la tanto attesa sfida con la Juve lo vedrà protagonista indiscusso in tribuna. Ma questo non fermava certo i curiosi che si chiedevano chi fosse Digao, un po’ come quei guardoni che rimangono affascinati dagli scherzi della natura che si esibiscono al circo per un tozzo di pane. Chi era effettivamente Digao? “Sono alto un metro e 94, perciò non posso non essere bravo di testa. Sono un difensore centrale veloce e grintoso”. Ok, forse un altro paio di fesserie, già che c’eri, potevi dirle. Ed effettivamente i tifosi del Rimini se lo ricordano più per le baggianate in campo che per la stretta parentela con Kakà.

 


Nell’estate del 2007 Digao fu finalmente richiamato dal Milan, entrando a far parte (per modo di dire) della rosa rossonera: si trattava probabilmente di uno dei tanti emolumenti regalati a Kakà per aver vinto una Champions praticamente da solo, come insinuava poco sottilmente il quotidiano spagnolo Marca. Fortunatamente scese in campo ben poche volte: giusto due presenze in Coppa Italia col Catania (all’andata, manco a dirsi, largamente il peggiore in campo) ed una in campionato con la Lazio. Dopodiché ebbe giusto il tempo di prendere parte alla tragica amichevole, nell’estate del 2008, con Chelsea (finita 5-0), per poi venire mandato miseramente in prestito allo Standard Liegi, dove tra l’altro si fracasserà un ginocchio. A fine stagione il poveretto scatenerà un’improbabile querelle di mercato: migliaia di tifosi milanisti, amareggiati per la cessione del fratello bravo, arriveranno a chiedersi se il grottesco Digao seguirà anche questa volta Kakà. Certo è che, al contrario del bimbo de oro, nessuno di loro farà le 4 del mattino per esporre lo striscione “DIGAO RESTA”. Digao non restò, ma non andò nemmeno al Real Madrid: secondo alcuni addetti ai lavori Perez, presidente dei merengues, per evitare di fare un doppio sgarbo all’amicone Galliani, decise di lasciare che almeno Digao continuasse la sua esperienza in rossonero. Che dire, grazie Perez. Ed il paparino Bosco come la prese? Beh, si consolò con una percentuale non indifferente sull’ingaggio di Kakà. E poi a Digao rimaneva pur sempre il villone nei pressi di San Siro.

 


Quell’estate Digao, che sicuramente aveva accarezzato il sogno di vestire l’elegante completo merengue per i giocatori in tribuna, finì invece in prestito al Lecce dopo aver fatto un provino col Friburgo, che giustamente decise di non tesserarlo. Il Lecce quell’anno dominò la Serie B guadagnandosi una promozione più che meritata, e Digao ne fu assoluto protagonista: il suo tifo dalla tribuna fu talmente acceso che molti giocatori in campo si chiesero perché mai il sosia brutto di Kakà dovesse venire a tifare per loro. Resosi conto che sarebbe stata impresa impossibile giocare nel Lecce neopromosso in A, dopo aver scaldato per mesi la tribuna in B, per evitargli un futuro da lavapiatti fu girato in prestito al prestigioso Crotone. L’esperienza coi rossoblu durò solo sei mesi: a Gennaio Digao sarà infatti impacchettato (con carta di scarsissima qualità) e mandato in prestito niente popò di meno che al Penafiel, squadra dilettantistica militante nella terza divisione portoghese. Nell’estate che noi ci stiamo apprestando a vivere, Digao è tornato prepotentemente sulla bocca di tutti noi milanisti: suo papà è stato in visita in Via Turati, ospite di Galliani. Evviva, che il figliol prodigo Kakà abbia deciso di tornare a vestire i colori rossoneri? Macché, il ladrone Bosco è a Milano per trattare la rescissione del contratto di Digao. Bicchiere mezzo vuoto o bicchiere mezzo pieno? Sta di fatto che adesso Rodrigo è libero di accasarsi dove vuole. Si parla di un suo ritorno in Brasile: cercano giusto un sosia di Kakà per prendere per i fondelli i tifosi del San Paolo.

 


Questione di settimane e tutti noi sapremo dove andrà a giocare il consanguineo dell’ex pallone d’oro 2008, passato alla storia più per avergli dato il soprannome “Kakà” (da piccolo era così impedito da non riuscire a pronunciare “Ricardo”) che per i suoi trascorsi calcistici. Ma in fondo, nella storia di questo sport, è ancora bello sapere che gli ideali della famiglia contano ancora qualcosa.

 


Gabriele Li Mandri

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