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Ibrahim Ba

Del 24/12/2011 di


Ibrahim Ba Nell'estate del 1996 il Milan, alla ricerca dell'erede di Donadoni, sognò i costosissimi Luis Enrique e Figo. Alla fine ripiegò su un giovane di belle speranze, in grande evidenza nel Bordeaux: Ibrahim Ba. Capello platinato e soprannome "Ibou" sulla maglietta, finì come il suo predecessore Dugarry nell'hall of fame dei bidoni rossoneri.

Nel calcio, si sa, se c’è una cosa che pesa, quella è la fortuna. Puoi avere una squadra imbottita di campioni di tutte le specie e di tutte le razze, in tutti i ruoli del campo, ma se non hai una dose di sano culo, allora non vai da nessuna parte. Spesso si parla di cuore, di anima: quando una squadra riesce a strappare un buon risultato contro ogni pronostico, allora viene tirato subito in ballo il povero muscolo cardiaco. Forse in un calcio polish fino all’ipocrisia, dove dire ciò che si pensa diventa un difetto, ma che poi a conti fatti costringe ad assistere in tv a risse dialettiche arricchite da ogni sorta di volgarità e parolaccia, pronunciare la parola “culo” viene considerata una cosa negativa. Ed invece non lo è per niente. Culo, o Cuore, come insegna la Gazzetta dello Sport con il suo titolone “Milan, che Cuore!” dopo l’insperato pareggio al Camp Nou, sono la stessa cosa, ed in fondo perché mai vergognarsene?

 


Il Milan, club moderno ed all’avanguardia, sa perfettamente quanto conti il culo nella vita. Come un paziente che, dopo aver sentito il parere di centinaia di luminari e dottori  senza ottenere alcun risultato, risolve i propri problemi rivolgendosi alla medicina alternativa, o semplicemente ad una preghiera, anche l’uomo di calcio spesso adotta soluzioni razionalmente discutibili che sconfinano in quella che viene volgarmente e negativamente chiamata scaramanzia: Trapattoni che snocciola il rosario, Conte che si fa il bagno con l’acquasanta, Figo messo in croce per aver investito un povero gatto nero, o lo stesso Galliani che quando gli chiedono dello scudetto si tocca le balle. In un mondo che si affida totalmente alla tecnologia, la scaramanzia occupa ancora un posto di nicchia, nascosto agli occhi indiscreti ma comunque sempre presente. Come una loggia massonica, che tutti sanno esistere ma che desta scandalo quando se ne parla, questi gesti privi di senso logico dormono latenti in attesa di fare il loro colpaccio. Proprio come la telecamera che improvvisamente si abbassa e coglie l’amministratore delegato milanista compiere l’insano gesto.

 


Non deve quindi meravigliare l’ingaggio di un calciatore motivato dal solo fatto di portare fortuna. Il Milan in questo ha fatto storia, perché ha legato molti successi degli ultimi 10 anni ad un giocatore che il campo l’ha visto col contagocce: stiamo parlando di Ibrahim “Ibou” Ba. Calciatore senegalese, nato a Dakar ma naturalizzato francese, Ibou esordì nel calcio che conta a 19 anni, grazie al Le Havre, lo stesso club che lanciò Vikash Dhorasoo e papà Aubameyang. Ala destra estremamente offensiva, dotata di un grande sprint, di una grande forza fisica e di un temperamento non comune, Ba ebbe modo di fare tanta gavetta al Le Havre (ben 5 anni), prima di venir notato ed acquistato dal più prestigioso Bordeaux. La grande stagione disputata tra le fila dei girondini, che pur non si concluse con la vittoria del campionato, gli valse la convocazione in nazionale. L’esordio con i galletti fu strepitoso: Ba mise infatti a segno una rete fantastica, dopo aver dribblato come birilli mezza squadra lusitana. Sgominata la concorrenza a suon di miliardi, fu il Milan ad aggiudicarsi l’estroso centrocampista nell’estate del 1997.

 


Arrivò in pompa magna a Milano, con la scomoda etichetta di “Beckham rossonero”, e come rimpiazzo del bluff estivo che voleva Figo (quello del gatto nero) in procinto di trasferirsi in rossonero. Accostato dal presidente Berlusconi ad un pregiato vino francese famoso per essere di un colore molto acceso (“Ibou è come un bicchiere di beaujolais nouveau”), Ba ci mise poco per conquistarsi le simpatie dei tifosi milanisti. Buontempone, sempre col sorriso sulle labbra, spiccava per la sua sincera umiltà e per quei capelli color platino che gli valsero il soprannome pellegattiano di “Pantera bionda”. In campo, all’esordio contro la Lazio (alla seconda giornata di campionato), Ba fece vedere numeri da autentico campione, snocciolando cross manco fossero patatine, correndo come un centometrista e permettendosi il lusso di segnare persino un gol: sarà il primo e l’ultimo in maglia rossonera. “Non esageriamo, ho giocato una buona partita, niente di più”, fu la risposta a chi gli dava prematuramente del fenomeno. Atleta nel DNA, Ba veniva da una famiglia che lo sport lo viveva come ragione di vita: la nonna Binta era campionessa di basket, la mamma Fatou campionessa di atletica, il papà (manco a dirlo) il calciatore più famoso in Senegal. La passione per il calcio e la dedizione agli allenamenti ed all’umiltà gli furono inculcati proprio dal padre, Ibua, da cui tra l’altro prendeva il soprannome di Ibou: “Papà mi costringeva ad allenamenti intensi: ore e ore a tirare calci al pallone fino a quando crollavo per la stanchezza”.

 


Ibou era felicissimo del suo passaggio al Milan: “Ho fortemente voluto questa maglia, ora ce l'ho addosso. Avevo altre richieste, ma a me interessava giocare in una grande società, come il Milan. Qui tutto è splendido e organizzatissimo: c'è un centro sportivo tra i migliori al mondo, una struttura perfetta e una squadra forte. Sono convinto che il Milan sarà protagonista in campionato. Ho una mentalità vincente”. E a chi gli faceva notare di essere arrivato nella capitale della moda Ibou, con un passato da indossatore e modello, rispondeva: “Solo una parentesi, ero in vacanza e mi sono concesso questo sfizio. Ma ora a me interessa soltanto il calcio, niente frivolezze. La mia vita continua nel segno del rigore e qui sto benone”. Poi continuava: “Milano è come a Parigi. Comincio a far fatica a muovermi. La gente mi ferma per gli autografi e mi riempie di complimenti. E' tutto molto bello. Adesso però sento la mancanza del mio casquette”. Per la cronaca, il casquette è un cappellino alla francese: Ibou lo usava per coprirsi la bionda acconciatura e per non farsi riconoscere dai tifosi, alcuni dei quali lo adoravano a tal punto da arrivare a copiargliela. Un bel punto di partenza per un giocatore appena arrivato!

 


Ma non chiamatelo fenomeno. A parte non averne alcun motivo, per Ibou il Fenomeno era un altro: il suo vicino di stanza Ronaldo. Ebbene si, perchè Ibou soggiornava nello stesso hotel del neo-interista: “L'ho intravisto venerdì sera, mentre si infilava in ascensore. Aveva tanta gente intorno, non ho avuto il tempo di salutarlo”. Purtroppo l’umiltà e l’applicazione negli allenamenti non creano necessariamente un campione: Ba, dopo l’esordio strepitoso, si spense come tutta la squadra rossonera, inanellando prestazioni anonime e deludenti. I motivi? Secondo Ibou la tensione di un campionato forse troppo competitivo per lui: “Nel 97 arrivo al Milan e l'impatto è stato difficile. Io ero abituato nello spogliatoio prima della partita ad ascoltare la mia musica, a parlare con il compagno ed a vivere la partita come un divertimento. Vicino a me c'erano gente come Albertini e Costacurta che fissavano le loro scarpe concentrandosi e mi facevano: SCHHHH!!”. A fine anno Capello verrà esonerato e Ibou perderà il treno per i mondiali di Francia ’98, che saranno vinti proprio dalla nazionale dei galletti: convocato al pre-ritiro di Clairefontaine, verrà poi escluso dalla lista dei 22 guidati da Jacquet. Ma fu qui che cominciarono a manifestarsi le capacità divinatorie di Ibou. In un confronto con Costacurta, il difensore milanista gli disse: “Voi francesi avete una squadra tecnica ma non potrete mai vincere il mondiale”. Ba rispose “Scommettiamo 100 milioni?”: non è dato sapere se Costacurta accettò la sfida, noi non possiamo che sperare che non l’abbia fatto. Per il bene del suo portafogli.

 


Con l’avvento della nuova stagione sportiva, quella targata 1998/1999, Ibou troverà pochissimo spazio in campo: Zaccheroni, amante sfrenato del 3-4-3, si portò da Udine il pupillo Thomas Helveg, stabilmente titolare sulla corsia di competenza del francosenegalese. Pochissimi scampoli di partita gli permisero di collezionare 15 apparizioni in campo, ma sempre nei minuti finali: Ibou capì che era giunta l’ora di cambiare aria. Prima però, vinse lo scudetto da spettatore. L’assenza di offerte per il suo cartellino e l’ingaggio decisamente pesante, impedirono ad Ibou di accasarsi altrove, magari all’estero, e lo costrinsero a migrare in prestito al Perugia di Gaucci e Mazzone, che non era esattamente un suo fan. Anche qui deluse non poco, collezionando 16 presenze ed un gol, ma nonostante tutto entrò nella storia del calcio italiano. Perugia-Cagliari: Ba rifilò una mostruosa testata a Macellari, non vista da Collina. Fu il primo caso di prova televisiva: Ibou venne squalificato per 4 giornate, ridotte poi a 3 grazie al ricorso del Perugia. L’immagine pubblica di Ibou finì letteralmente nel cesso, anche a causa delle sue dichiarazioni quantomeno avventate: “E’ vero, ho dato una testata a Macellari ma ho ragione io, se la meritava tutta”, salvo poi chiedere scusa qualche settimana dopo. A fine stagione, come se non avesse già abbastanza problemi a trovare una squadra, Ba si distrusse un ginocchio in una delle ultime partite col Perugia: tornò a Milanello, forte di un contratto quinquennale, a fare da spettatore alla disastrosa stagione targata 2000/2001, totalizzando l’invidiabile bottino di 5 presenze in gare ufficiali. Dopodiché andò nuovamente in prestito, nel 2001/2002, stavolta al Marsiglia.

 


Fu l’ennesimo flop per la Pantera. Solo 9 le presenze, ed alla fine Ba ruppe con la dirigenza marsigliese e, soprattutto, col suo presidente: Bernard Tapie. “Tapie è convinto di essere un dio, pensa di essere il calcio. Non assisteva mai agli allenamenti eppure mezzora prima della partita si faceva consegnare la formazione e la cambiava: la confusione era totale”. L’allenatore venne accusato di essere un fantoccio nelle mani del dispotico Tapie: “La cosa più grave è che l' allenatore non contava niente. Un giorno ho chiesto spiegazioni e lui ha dovuto ammettere: non sono io a decidere”. Di certo non l’aiutò nemmeno il fatto che, appena arrivato, si procurò una distorsione al ginocchio che lo costrinse a star fuori 2 mesi: se è vero che portava fortuna, era probabile che tale fortuna fosse indirizzata più agli altri che a sé stesso. Ma il povero Ibou non fu abbandonato: Galliani, improvvisamente, tornò a farsi sentire. “Mi ha chiamato Galliani dicendomi: piuttosto che allenarti a Marsiglia, torna a Milanello e datti da fare per conquistare un posto. Ovviamente sono felicissimo, non vedo l' ora di ricominciare”: incredibile a dirsi, Ba aveva una terza chance per imporsi in rossonero. La stagione 2001/2002 del Milan era oramai compromessa, e difficilmente l’arrivo di Ba a febbraio avrebbe cambiato le carte in tavola: “Io torno prima di tutto perché sono tifoso rossonero e poi perché voglio giocare. In passato ho commesso parecchi errori, ho sbagliato, ma ora sono di nuovo qui per vincere. Voglio fare qualcosa di concreto per questa squadra, il mio entusiasmo è a disposizione di tutti, anche se in campo si sente l’assenza del carattere di Maldini”. Furono solo 2 le presenze in campo.

 


Ma fu il 2002-2003 a segnare il destino del portafortuna Ba: quell’estate arrivarono tanti giocatori nuovi, la rosa fu rivoluzionata ed il Milan dovette ripartire dal preliminare di Champions. Il doppio impegno contro lo Slovan rischiò di mandare a casa i rossoneri, che riuscirono a qualificarsi in virtù del gol segnato fuori casa. A quel punto, Ba racconta a Milan Channel di un suo colloquio con Carletto Ancelotti avvenuto dopo il preliminare: “Mister, Quest'anno vinciamo la Champion's: scommettiamo?”. È così fu che il Milan vinse la Champions e Ba, pur contando la bellezza di 0 presenze, entrò nelle grazie di spogliatoio e dirigenza. Ma questo non bastò per un rinnovo di contratto.

 


Nel 2003-2004, liberatosi a costo zero, Ibou tentò l’avventura in Inghilterra, al Bolton: da qui fu un susseguirsi di tentativi, in squadre sempre più deprimenti. Dopo il Bolton fu il turno del Rizespor ed infine del Djurgarden. Nell’estate del 2006 tenta un provino col Derby County: picche. A gennaio 2007 ottiene dal Milan di potersi allenare con la squadra, pur non riuscendo a strappare un contratto. A Marzo passa al Varese e fa un provino: picche. Torna ad allenarsi col Milan, viene invitato alla finale di Atene e assiste alla vittoria dei rossoneri contro la bestia nera Liverpool. Riesce così, incredibilmente, a guadagnarsi un contratto annuale nell’estate 2008: si mormora che a gennaio 2007 avesse, ancora una volta, pronosticato la vittoria della Champion’s all’incredulo Carletto. Ibou Ba viene così ufficialmente stipendiato non come calciatore, ma come porta fortuna. A dicembre 2008 ha modo di rinnovare la sua fama: viene convocato al Mondiale per Club, a Yokohama, e scende in campo a festeggiare, accolto dai compagni come se quel trofeo fosse anche merito suo. Per la cronaca, Ba in quella stagione giocherà 0 minuti e verrà convocato solo una volta (in tribuna) da Carletto Ancelotti, per Napoli-Milan: un giornalista ebbe l’ardire di chiedere a Carletto perché convocare un ex-giocatore apparentemente così inutile. “Perché Ba? Perché mi sta simpatico!”. Chapeau.

 


Pochi mesi dopo Ibou, a 35 anni, annuncerà il suo ritiro dal calcio giocato, ma non dal Milan: Galliani continuerà infatti a stipendiarlo come osservatore in Africa. State pur certi che Ibou, col culo che porta ai rossoneri, riuscirà a scovare come minimo il nuovo George Weah!

 


Gabriele Li Mandri

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