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Luther Blisset

Del 24/12/2011 di


Luther Blisset Il bidone per eccellenza. Si è guadagnato un posto nell'olimpo del calcio a suon di goal sbagliati e un soprannome, "Missit", che era tutto un programma.

Per i cultori di questo magnifico sport, che è il calcio, è davvero facile innamorarsi di giocatori in grado di regalare magie con i loro piedi: pennellate su tela alla Maradona, gol statuari alla Van Basten, geometrie futuristiche alla Platini. Il calcio è un’arte, lo sappiamo tutti, ed i calciatori sono i suoi artefici. Molti di loro sono passati alla storia per il loro talento, tutti nomi roboanti ed altisonanti, ma nessuno dei soliti noti è mai riuscito a creare addirittura un movimento letterario. Dove fallirono fenomeni come Zidane, Pelè e Ronaldo, ci riuscì invece il mai dimenticato Luther Blissett.

 


Ragazzotto di origini giamaicane, ma di nazionalità inglese, Blissett esordì a soli 17 anni nel Watford. Correva l’anno 1975, e questo giovane attaccante dal fisico robustissimo e dalla fisicità prorompente esordiva nel calcio dei grandi, promettendo di sfondare porte su porte. Alto, nero come la pece e brutto come la morte, dalle spalle mostruosamente larghe e con un passato da buttafuori, Lutero (soprannome che gli diede l’ex-presidente del Milan Giussy Farina) si fece notare per la sua imponente media realizzativa: 95 gol in 246 partite giocate col Watford del presidente-star Elton John, che valsero al club l’incredibile scalata dalla Fourth Division alla First Division (la futura Premier League). Sotto la sapiente guida dell’allenatore Graham Taylor Blissett diede il meglio di sé, laureandosi capocannoniere della Serie A inglese nel 1982-83, stagione conclusa con l’incredibile secondo posto in classifica del Watford. Ma per ogni gol che segnava, Blissettone se ne mangiava altrettanti: i tifosi inglesi, sempre pronti a sfornare soprannomi destinati a passare la storia, lo soprannominarono, per assonanza, Luther “Missit”. Letteralmente, Luther “Sbaglialo”.

 


Erano tempi, quelli del calciomercato targato anni ’80, in cui non esistevano talent-scout disseminati in giro per il globo. Il VHS era una tecnologia nata da pochi anni, ed era raro che i presidenti conoscessero i calciatori che allora circolavano sul mercato, quantomeno quelli che non erano dei fenomeni conclamati. Ogni acquisto poteva essere un salto nel buio, e Blissett ne fu la dimostrazione lampante. Si narra che Blissett, assolutamente sconosciuto in Italia, fu proposto al presidente rossonero Giuseppe Farina semplicemente snocciolando le sue statistiche: è grosso, è nero, è bomber. Il Milan 83/84 veniva dalla fresca promozione in Serie A, le ambizioni erano quelle che erano (al massimo un posticino in UEFA), ed il calcio fisico di quegli anni facevano di Blissett, tipico centravanti muscolare e forte di testa, una manna dal cielo pronto a raccogliere decine e decine di cross e scagliarli in fondo al sacco. Il Milan aveva appena ceduto il connazionale Joe Jordan, “Lo squalo”, e necessitava di un armadio a due ante che potesse sostituirlo: Giussy Farina si convinse immediatamente della bontà dell’operazione, tanto da investire addirittura due miliardi e mezzo di vecchissime lire per aggiudicarsi Luther Missit. In fondo il Bombardiere Nero, proprio in quei giorni, aveva esordito nella nazionale inglese segnando addirittura una tripletta, contro il modesto Lussemburgo: saranno i primi ed ultimi gol segnati in nazionale, ma questo Farina non poteva saperlo. Blissett, dal canto suo, era deciso a prendersi la ribalta, stufo di giocare in un club di seconda fascia. Le sue prima dichiarazioni da milanista quasi peccavano di modestia: “Platini ha segnato 18 gol. Milan io ne infilerò di più! Diventerò l’idolo dei giovani”.

 


Divenne più che altro l’idolo dei posteggiatori, alcuni dei quali si arricchirono rivendendo i palloni che Lutero scagliava fuori dallo stadio invece che in rete. Dotato di una tecnica sconcertante, e di un fiuto del gol assolutamente melodrammatico, il Bombardiere (a salve) Nero divenne famoso per i suoi improponibili stop di stinco, con la palla che inesorabilmente si spegneva a fondocampo, e per gli incredibili gol mangiati che avevano del clamoroso. Eppure l’esordio in Serie A fu da favola: il Milan vinse 4-2 a Verona e Blissett, oltre ad andare a segno, si mise in luce per la sua mobilità e la bravura nel gioco aereo. Fu un fuoco di paglia. Da quel momento Blissettone divenne il centro di gravità permanente di mille prese per il culo, provenienti da personaggi più o meno famosi: il mitico giornalista sportivo Gianni Brera ebbe la straordinaria intuizione di soprannominarlo Luther “Callonissett”, scomodando il paragone con lo Sciagurato Egidio Calloni. Lo stesso presidente Farina, cercando di sdrammatizzare, si lasciò scappare durante un’intervista che Blissett gli era stato proposto da un giardiniere di Londra. Ed il Bombardiere Nero, intanto, continuava a regalare perle fra i porci, come quel gol sbagliato a porta vuota nel derby, o come quel rigore in Coppa Italia, sparato letteralmente fuori dallo stadio. Sgraziato, l’anticalcio materializzato sui rettangoli verdi, Blissett era capace di ruzzolare per terra senza che nessuno lo sfiorasse, solo davanti al portiere, o addirittura di sfasciarsi la testa fracassandosela sul palo dopo aver, stranamente, segnato (come successe contro l’Udinese di Zico). Farina cercava di scuoterlo in tutti i modi, fino a scrivergli una lettera: “Mio caro Lutero, quando ti vedo sbagliare a due metri dalla rete mi sembra di sognare”. A chi lo accusava di essere fuso come una scimmia in un coffee shop olandese, Lutero rispondeva per le rime: “Sono un giamaicano atipico: non bevo, non mi drogo e non vado a donne”. Col beneficio del dubbio.

 


L’esperienza in rossonero finì così, fra prese per i fondelli e pochi gol segnati: 5 in 30 presenze. Fonti vicine alla dirigenza milanista sostennero addirittura che Callonissett fosse stato “vittima” di uno scambio di persona: il Milan avrebbe cercato di prendere, stando alle voci, il compagno di squadra John Barnes,  scambiandolo però per Blissett. L’avventura italiana non si poteva concludere meglio per l’ex Bombardiere Nero. Tornato al Watford nell’84/85, Blissett tornò anche alla sua precedente media realizzativa: in 4 anni, 127 presenze e 44 marcature. Nell’88 cominciò il girovagare tipico dei giocatori a fine carriera. Bournemouth (rossoneri anche loro), Watford (per la terza volta), West Bromwich, ed infine ben 3 squadre nel giro di un solo anno, il ’93: Bury, Mansfield e Derry. Nel 1993 Blissett, finalmente, appese le scarpe al chiodo, ma rimase nel calcio. Dal ’96 al 2001, nello staff tecnico del Watford, la sua casa, ed in seguito alcune mediocri esperienze come allenatore di club minori. Nel 2007, dopo aver lasciato la panchina del prestigioso Ches(s)ham United, Blissett dichiarò: “Ho sempre cercato di svolgere la mia attività di calciatore e allenatore a standard elevati ma ultimamente questo non è stato possibile. Così mi sono convinto a lanciarmi nell’avventura di uno sport che seguo fin da bambino e che mi diverte molto ancora oggi”. Fu così che decise di fondare la scuderia automobilistica “Team48 Motorsport”, con l’obiettivo di qualificare il suo team e portare a termine la 24 ore di Le Mans del 2010: cosa che ovviamente non gli riuscirà.

 


Ma in Italia la leggenda del signor Luther Blissett non si concluse col suo ritorno al Watford nel 1984/85, anzi. Negli anni ’90 un gruppo di scrittori di Bologna fondò il movimento artistico e letterario “Luther Blissett Project”, in segno di protesta nei confronti del sistema mass-mediatico, giudicato superficiale ed in malafede. Il movimento, che si diffuse a macchia d’olio in tutta Europa, consisteva nel diffondere su Internet opere letterarie e false notizie utilizzando lo stesso pseudonimo, che poi era appunto Luther Blissett, con lo scopo di attaccare il sistema dei mass-media tradizionali e di negare il concetto stesso di autore. Tutti potevano scrivere e diventare Luther Blissett: questo attacco, che faceva una vera e propria controcultura ironica, riuscì a fare anche vittime illustri, come la trasmissione “Chi l’ha visto”, coinvolta nella ricerca di un fantomatico artista famoso scomparso (ma mai esistito), oppure la casa editrice Mondadori, autrice inconsapevole di una pubblicazione irriverente redatta proprio da Luther Blissett. Era la prova che Luther Blissett poteva arrivare ovunque, muoversi nelle maglie del sistema, senza che i mass-media potessero ostacolarlo e, addirittura, diventando a loro insaputa un canale di diffusione del movimento. Uno dei suoi maggiori esponenti spiegò così il motivo dello pseudonimo: “Luther Blissett era il vero nemico del capitale, il giocatore che distruggeva ogni prodotto, la mina vagante e rivoluzionaria del sistema capitalistico calcistico”. Tanta roba per un giamaicano che nemmeno sapeva stoppare la palla.

 


Gabriele Li Mandri

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