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Vikash Dhorasoo

Del 24/12/2011 di


Vikash Dhorasoo Nel Le Havre e nel Lione era il padrone del centrocampo, a Milano arrivò naturalmente a parametro zero. Ennesimo giocatore chiamato a ricoprire il ruolo di Pirlo, fu etichettato come vice Seedorf: questo bastava per prepararne il definitivo trasferimento lontano da Milano.

Cos’è una meteora? Altro non è che un corpo celeste, romanticamente conosciuto come stella cadente, che entrando a contatto con l’atmosfera terrestre s’incendia per via dell’attrito, lasciando dietro di se fumo, tanto, tanto, ma tanto fumo, fino a bruciarsi completamente. Adesso non so chi sia stato il genio che decise di accostare le meteore ai calciatori collezionisti di apparizioni alquanto fugaci e decisamente inutili, attraverso un’acrobazia linguistica tanto efficace quanto azzeccata, ma sicuramente costui ha avuto l’ardire di dare un nome ad una categoria di calciatori che anima gli incubi, le prese in giro ed i nostalgici ricordi di ogni tifoso presente sulla faccia della terra.

 


Vikash Dhorasoo merita assolutamente il suo posticino in prima fila in questa affascinante categoria. Ma chi era costui? Centrocampista originario delle Isole Mauritius, ma di nazionalità francese, esordì negli anni ’90 proprio in Francia, dove passò una decina d’anni di onorevole calcio vincendo un po’ tutto quello che c’era da vincere, e guadagnandosi la chiamata del Milan grazie soprattutto alle finezze regalate con la maglia del Lione (club noto, non a caso, per la sua bravura nell’impaccare ai club europei i suoi peggiori giocatori). Preso a parametro 0, arrivò al Milan nella stagione 2004/2005, dopo che il club rossonero, nell’arco di due anni, aveva vinto tutto ciò che c’era da vincere, sia in Europa che in Italia. Ancelotti chiese un centrocampista eclettico, soprattutto di contenimento, ma che avesse anche i mezzi tecnici e la velocità per imporsi nel calcio italiano: arrivò invece il simpatico Vikash.

 


Trottolino ultra-trentenne dai tratti tipicamente indiani, alto (per modo di dire) 1,67 e dallo spaventoso peso complessivo di 20 grammi, tecnico, veloce ma paurosamente inadatto al calcio italiano, arrivò al Milan in un momento di particolare euforia: spacciato da Galliani e Braida come grande talento, consigliato niente popò di meno che da Marco Simone (“Vikash è il giocatore più forte del campionato francese”) e preso per sostituire in rosa Redondo (il che già faceva presagire il peggio), fu accolto dai tifosi milanisti con simpatia e con tenerezza, impazienti di ammirare in campo questa sorta di incrocio fra un chihuahua ed un kebabbaro. Dhorasoo espresse immediatamente la sua felicità per il trasferimento, dichiarando in merito al contratto biennale appena firmato: “Saranno due anni straordinari, coronati da tante soddisfazioni e successi collettivi sia in campo nazionale che internazionale”. Inutile sottolineare che la sua esperienza in quel di Milano si esaurì dopo un solo anno, pochissimi minuti giocati ed un gol splendido col Bologna annullato senza motivo (http://www.youtube.com/watch?v=PcJbB7zmWgQ) . E dire che aveva esordito in rossonero con una passerella di 10 minuti in occasione della Supercoppa Italiana, vinta dal Milan sulla Lazio per 3-0. Ancelotti non ebbe difficoltà a definirlo un uomo intelligente, colto e col senso dell’umorismo: simpatico, colto, ed intelligente, ma pur sempre una pippa. Per inciso, in quei due anni straordinari predetti da Vikash (di cui però ne consumò solo uno) il Milan non vinse nulla. Redondo, almeno lui, aveva portato fortuna.

 


Nell’estate del 2005 fu ceduto al Paris Saint Germain per l’incredibile cifra di 3 milioni di euro: una cifra tanto strana da spingere la polizia finanziaria francese ad indagare su presunti “gonfiaggi” dei trasferimenti del PSG, atti a falsare il proprio bilancio. Il motivo del ritorno in patria fu ufficialmente frutto della mania di persecuzione che Vikash aveva nei confronti della nazionale dei galletti: Dhorasoo voleva assolutamente partecipare da protagonista ai mondiali tedeschi del 2006, e per questo necessitava di giocare con continuità, cosa che poteva appunto accadere solo in un campionato mediocre. Con i parigini riuscì a raggiungere il suo scopo, giocando titolare e ricevendo la convocazione francese per il tanto agognato mondiale di Germania: finito prevedibilmente in panchina, Vikash realizzò un film-documentario (“The Substitute”) incentrato sull’esperienza del ritiro vissuto non da star, ma da ultima ruota del carro. Il film voleva essere una sorta di percorso spirituale di un piccolo uomo partito con la convinzione di poter giocare titolare, spinto invece ai margini della rosa dal CT Domenech, reo di averlo prima illuso per poi dimenticarselo (probabilmente una delle poche cose positive fatte da Domenech negli anni da mister dei galletti). Il documentario, spacciato durante le riprese per filmino-ricordo del mondiale, finì invece al festival di Berlino e vinse addirittura un premio, meritandosi una comparsata anche in Italia. La cosa non fu accolta positivamente dai suoi compagni di nazionale, che lo minacciarono più o meno velatamente di morte: Vieira, allora capitano della Francia, si limitò al commento “sono cose private, lui è un uomo intelligente, deve fare attenzione”, mentre Domenech invitò Vikash a “cambiare mestiere”, cosa che effettivamente sarebbe accaduta di lì a poco. Dhorasoo fu infatti licenziato in tronco dal PSG per motivi disciplinari non chiari, e costretto ad allenarsi (per modo di dire) con la primavera del club transalpino.

 


In questo prolungato periodo di inattività, Dhorasoo abbandonò ogni velleità cinematografica (il suo documentario godeva di fama più per le polemiche alimentate dalla federazione francese che per la sua effettiva qualità) per dedicarsi ad un’altra grande passione: il poker semi-professionistico, “carriera” che tutt’ora lo impegna dopo l’addio al calcio giocato. Ma non era ancora giunto il momento di smettere di giocare (non solo sui tavoli verdi). Nel 2007 Dhorasoo fu incredibilmente acquistato dal Livorno, facendo parlare ancora di sé più per le vicende extracalcistiche che per quelle sportive: ebbe infatti a dichiarare che politicamente il Livorno era per lui la scelta migliore, cosa che lo fece diventare immediatamente un idolo della curva amaranto. Furono più di mille i tifosi del Livorno che lo accolsero il giorno della presentazione ufficiale. Quel giorno Vikash, in evidente sovrappeso, dichiarò: “sono in Italia per rilanciarmi”. Non la pensava allo stesso modo Camolese, mister del Livorno, che dopo averlo fatto scaldare per ben due volte senza farlo mai entrare, lo spedì in tribuna per poi mandarlo, ancora una volta, ad allenarsi con la primavera. La seconda (e fortunatamente ultima) esperienza italiana di Dhorasoo durò fino a Gennaio 2008, con 0 presenze, 0 minuti giocati e la rescissione consensuale del contratto.

 


Resosi finalmente conto dell’impossibilità di tornare a correre sul prato di un campo da calcio, Dhorasoo annunciò la fine della sua carriera di calciatore, cosa che non gli impedì di mantenere il suo rapporto col mondo del pallone. Tralasciando i rapporti con i suoi ex-compagni francesi, decisamente poco idilliaci, ebbe l’opportunità di scrivere per il mensile francese So Foot in qualità di intervistatore: si ricorda con particolare affetto una sua intervista a Carlo Ancelotti, datata inizio 2009, dove ebbe modo di spettegolare su Domenech col mister del Milan, che definiva l’allenatore francese “uno che parla troppo”. Anche se calcisticamente parlando non vi fu mai una grande sintonia fra i due, fa piacere che abbiano trovato alla fine un punto d’intesa. L’ultimo grande tentativo di mantenersi nel mondo del calcio fu tentato ad Aprile 2009: Vikash provò a comperare il club del Le Havre, che lo aveva lanciato nel calcio, offrendo 10 milioni di euro e racimolando in India presunti investitori benestanti. Il club disse no. Peccato, chissà quante altre perle ci avrebbe regalato questo personaggio dalle mille sfaccettature!

 


Gabriele Li Mandri

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