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Il Paradosso del Gatto di Seedorf

Del 12/03/2014 di


Il Paradosso del Gatto di Seedorf Dalla meccanica quantistica al calcio, il passo ├Ę breve.

Io mi ero trattenuto dal criticare Seedorf dopo l’umiliazione (la seconda nel giro di un mese e mezzo) subita contro l’Udinese. Mi ero detto: vuoi vedere che se gli do del beone per quel turnover criminale in campionato, poi Culonio mi stupisce e riesce a sfangarla in Champions contro l’Atletico? Vuoi vedere che l’ostinazione nello schierare quell’osceno turista giapponese è tutto un diversivo per sbalordire Simeone? Siamo nel paradosso: non si può criticare Seedorf, neanche dopo due mesi da nulla di fatto, perché la verità può venire alla luce solo dopo il ritorno con l’Atletico. Nello specifico, parlo del famoso paradosso del gatto di Schrodinger: un gatto chiuso in una scatola, insieme ad un dispositivo che emette gas letale in modo casuale, è allo stesso tempo vivo e morto, perché l’unica maniera per scoprirlo è proprio aprire quella scatola. E fin quando non lo si fa, quel povero felino è entrambe le cose.

 

Il Milan, dentro quella scatola, c’è rimasto fino a stasera: una volta scoperchiata dalle quattro pere prese dall’Atletico, è venuta fuori tutta la puzza di cadavere accumulatasi in due mesi di nuova gestione. A poco valgono, oggi, tutti i complimenti piovuti sull’olandese dopo l’immeritatissima sconfitta contro una Juve con più culo che anima: somigliano più che altro ai complimenti che si farebbero ad un cane che ha imparato ad applaudire. Oggi emergono solo tutti quei lati negativi passati in secondo piano, mascherati dalle solite scuse dell’adattamento alla condizione di mister e dei giocatori reduci dalla preparazione atletica suicida di Allegri: non c’è più scusa che tenga per le formazioni allucinanti di Seedorf, per quel turnover che in un pomeriggio ci ha ricacciati là dove ci aveva lasciati il vecchio Max. Per non parlare dell’addio alla Coppa Italia, l’unico “trofeo” che potevamo almeno provare a vincere.

 

Quel gas s’è fatto largo all’improvviso, le premesse c’erano tutte e la sfortuna di molti tifosi è stata non averle sapute inquadrare per quelle che erano: premesse di disastri. Persino le colpe di Seedorf sono relative, perdonabili addirittura: non si può pretendere miracoli se costretti a lavorare con questo materiale (dis)umano. Perché il vero mattatore è il signor Berlusconi, capace di avvelenare 28 anni di successi con la sua scriteriata politica societaria: un gas che ci ha tenuti in vita ma che è esploso all’improvviso, come quello nella scatola di Schrodinger. E stasera il Milan mi ha fatto avvelenare sin dall’ingresso in campo: con la maglia del colore di quei Palloni che un tempo i nostri giocatori vincevano alzando la Coppa dalle grandi orecchie, con quella fascia nera di lutto a ricordarci che se questo Milan riesce ancora ad essere il vanto italiano in Europa, allora il calcio è proprio morto e sepolto. Poi c’ha pensato l’Atletico a rovinarmi l’ultima partita del Milan in Champions che vedrò nella mia vita, e a confermare tutti i miei dubbi: che Essien si trasforma in un giocatore di calcio solo quando deve fornire assist agli avversari, e che Rami non sa neanche dove sta casa sua figurarsi Diego Costa. E che se a Balotelli non lo circondi di giocatori veri si deprime con una pornodiva circondata da 90enni: della serie, non gli arriva una “palla” che sia una, e lui di certo non si spreca per andarsele a cercare.

 

Poi è arrivato Simeone, col suo modo di fare calcio e coi suoi onesti giocatori che non sono di certo i fenomeni del Barcellona, e mi ha fatto capire che se una società ha le palle di prendere delle decisioni e di imbastire un progetto, le possibilità che si possa giocare a calcio aumentano. Noi, oggi, cosa abbiamo di tutto questo? Niente. Abbiamo le scatole rotte, in tutti i sensi, e quelle ancora sane, dove da domani andremo a rinchiudere un altro gatto, stavolta quello di Seedorf. In attesa di scoprire, col mercato estivo, se quella sfortunata palla di pelo dovrà sorbirsi l’ennesima scarica letale di Berlusconi.

 

Gabriele Li Mandri

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