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Seedorf ed il 4-2-Mammamia

Del 20/01/2014 di


Seedorf ed il 4-2-Mammamia Dopo Leonardo ed il 4-2-Fantasia, ecco che il Milan investe nuovamente su un allenatore non-allenatore dalle idee spregiudicate e offensive. Ecco che nasce, signore e signori, il 4-2-Mammamia.

Ci avevano promesso spettacolo. Ci avevano detto che Allegri era il male del Milan, che non sapeva far giocare a calcio i suoi ragazzi, che aveva la mentalità da provincialotto, che con Seedorf i rossoneri avrebbero finalmente ritrovato l’identità offensiva che la storia del Club Più Titolato Al Mondo ha sempre avuto come fiore all’occhiello. Ce ne hanno raccontate, di cazzate, ma almeno non ci hanno mai illuso sul mercato invernale: Siamoappostocosì, Siamosemprestatiappostocosì. Perché i veri top player sono stati presi prima che altri ci pensassero: Keisuke Hondà e Adil Ramì. E adesso che è arrivato Seedorf, ne vedrete come non ne avete mai viste: 11 attaccanti in campo, Tiqui-Taka, classe ovunque, spettacolo come se piovesse, rovesciate di Muntari, rabone di Emanuelson, tacchi di Pignatone, punizioni alla Holly e Benji, uno-due veloci fra De Jong e Montolivo, addirittura i gol di Robinho. Sono stati i 3 giorni più emozionanti degli ultimi due anni e mezzo: i 3 giorni in cui il Milan stava tornando quello degli Invincibili, grazie al mago Seedorf!

 

Poi, come sempre accade, il bel sogno s’è spento col risveglio: l’esordio di Seedorf sulla panchina rossonera è un esordio senza scintille, senza novità, senza clamore. Quasi banale. Perché la squadra in campo è la stessa di sempre, quella delle occasioni in cui gettare a caso 4 attaccanti è l’unico modo per sperare in una botta di culo, quella che Emanuelson è un buon terzino, quella che Cristante è giovane e non può giocare, quella che Robinho è un giocatore di classe, quella che Kakà deve sfondarsi i polmoni senza motivo, quella che Birsa è la prima papabile alternativa davanti. L’illusione dura 15 minuti: il tempo di vedere che Kakà ha la magia nei piedi e nel cervello, che Binho sembra una farfalla nel vento, che Honda ha un sinistro invidiabile, che Balotelli tira anche da casa sua, che Montolivo pressa come un pazzo, che Zapata domina in difesa. È ovvio che il Milan sia così stellare: provateci voi a giocare contro un Verona che ancora deve metabolizzare la cessione di Jorginho e rendersi conto che no, Cacia non è Toni. Col 90% di possesso palla di fronte ad uno sparring partner del genere anche un triceratopo di due quintali sembrerebbe Pelé. Poi l’illusione ha lasciato spazio al vero Verona: la rivelazione del campionato, priva di Jorginho e Toni ma con un Romulo fenomenale ed un Iturbe scatenato. Ed il 4-2-fantasia ha ceduto di colpo: Kakà ha il fiato di un fumatore di 40 camel giornaliere, Robinho nel vento c’è proprio sparito, Honda ha un sinistro prestigioso ma è lento come Pieraccioni sul motorino ne “Il Ciclone”. E Balotelli continua a giocare la sua personale sfida contro i fischi di San Siro, le protuberanze di Fanny ed i sensi di colpa per un figlio non riconosciuto oramai quasi maggiorenne. 75 minuti di noia mortale rossonera, intervallati solo da un quasi autogol di natica di Maietta stampatosi sul palo, da un colpo di tacco no-look nel vuoto cosmico e da un rigore tanto netto quanto idiota, trasformato (finalmente) da Balotelli.

 

 

Il Milan è tutto qui: nei 3 punti che ci allontanano dalla zona retrocessione. E la colpa non è del povero Seedorf, così come non era del tutto di Allegri. Il vero 4-2-fantasia, quello che deluse con Leonardo per una rimonta fallita ai danni dell’Inter, era quantomeno in grado di regalare emozioni: non tanto per l’idea pseudo-rivoluzionaria del mister brasiliano di schierare una formazione iper-offensiva, quanto per un tasso tecnico in rosa notevole. Ieri erano Seedorf e Pirlo a lanciare Pato, con Ronaldinho a regalare gol, giocate e assist e con il sacrificio di un attaccante dedito al lavoro sporco: Borriello. E poi c’era Gattuso che spaccava per tre e, scusate se è poco, c’era un certo Nesta in difesa. Oggi a lanciare le punte ci pensano Montolivo e De Jong, con un Robinho oramai ex-calciatore, un Honda che non si capisce se calciatore c’è mai stato, ed un Balotelli che l’unico sacrificio che ha mai conosciuto è stato quello di rinunciare alla Porsche camouflage militare. Non c’è invece Mexes, finito a fare la riserva dei fenomeni Zapata, Bonera e Silvestre. E poi c’è Kakà, l’unico che ancora cerca di tirare la carretta. Fin quando la società non capirà che investire 5 milioni per la metà di Jorginho non è un peccato capitale, e che va fatto un mercato vero, la sensazione è che dovremo sorbirci un Milan da mettersi le mani fra i capelli. Con un bel 4-2-Mammamia

 

Gabriele Li Mandri

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