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Luciano Castellini

Del 12/07/2012 di Enrico Bonifazi


Luciano Castellini Campione d'Italia con il Torino '75/'76, al Napoli trovò la sua seconda giovinezza. Portiere dall'altissimo rendimento, capace di tuffi spettacolari. Molti lo ricordano col soprannome di "Giaguaro" per la sua agilità ma noi rossoneri non dimenticheremo mai quei tre minuti al San Paolo, quando stringeva tra i guanti le nostre speranze di salvezza...

I più giovani appassionati di calcio probabilmente non sanno chi sia Luciano Castellini, uno che ancora vive questo sport dall'interno. Erano gli anni settanta quando, in campo, difendeva tra i pali, la rete del Torino. Arrivato dal Monza in cerca di una maturità sportiva che lo preparasse al grande salto, Castellini convinse tifoseria e dirigenza granata con un rendimento altissimo e un altrettanto elevato impatto visivo spettacolare. I suoi voli plastici da stuntman e l'ottimo senso della posizione conquistarono tutti. Non era raro, in quegli anni, trovare chi lo preferisse a Zoff o a portieri ben più blasonati. Non sollevò mai polveroni e fedele al suo ruolo di estremo difensore, i segni li lasciò sul campo, contribuendo alle vittorie del Torino nella Coppa Italia 1971 e nello scudetto del 1976. Dopo aver sventolato come una “bandiera” all'ombra della Mole per otto stagioni, passò al Napoli dove visse una seconda giovinezza. A 33 anni, Castellini iniziò la sua avventura in azzurro. La squadra non era da scudetto ma i suoi guanti continuarono a risucchiare ogni pallone nei pressi della porta. Nella sua terza stagione con la maglia del “ciuccio”, riuscì a mantenere inviolata la sua porta per 531 minuti consecutivi, risultato notevole e a quel tempo secondo solo ai 590 minuti raggiunti da Dino Zoff. Insomma i suoi stimoli, le sue motivazioni e i rarissimi infortuni lo resero, anche alle pendici del Vesuvio, qualcosa di molto simile ad una bandiera. Personalmente, data la mia età poco più che embrionale ai tempi delle sue imprese in maglia granata, ricordo molto bene la seconda parte di carriera, la sua faccia vissuta nelle figurine da collezionare e, ahimè, lo sciagurato pomeriggio del 16 Maggio 1982. Così come nei minuti finali di un thriller si mischiano emozioni, drammi e avventura, quella 30a (e ultima) giornata di campionato sembrò rispettare a lungo lo schema “hollywoodiano” delle attrattive, tranne per un dettaglio che, in realtà, ha il potere di vanificare o amplificare tutto il percorso: il lieto fine. La situazione è la seguente: il Diavolo è appeso per le corna ad un filo sottilissimo di speranze per rimanere in serie A. La botola della retrocessione si è spalancata sotto i piedi e gli “squali” cadetti stanno già cercando di azzannare le saporite carni rossonere. Infatti per non precipitare all'inferno, al Milan, non basta vincere ma serve la contemporanea sconfitta di una tra Cagliari e Genoa e la NONvittoria del Bologna quasi spacciato. Più che un Thriller dunque, un sadico film di Dario Argento. Che c'entra Luciano Castellini in tutto questo? La risposta è presto data. Il protagonista del nostro racconto era, all'epoca dei fatti, il numero uno del Napoli (come sopra ricordato), avversario, in quella querelle conclusiva, del Genoa. E così, il mio orecchio (allora fanciullo), iniziò ad assorbire le vicende sportive di quella lontana domenica pomeriggio, “ossigenato” dalle voci di Tutto il Calcio Minuto per Minuto, da cui pendevo come un malato alla sua flebo rinsavente. Il primo tempo fu, per dirla cinematograficamente, uno “spargimento di sangue”, causato dalle reti del vantaggio di Genoa (a Napoli) e Bologna (ad Ascoli). Verso lo scadere della frazione poi, il Cesena segnò contro il Milan, rendendo disperata una situazione già più che drammatica. Il Cagliari, fermo sullo 0 a 0 contro la Fiorentina era un'arma a doppio taglio. Il persistere della parità avrebbe, infatti, consegnato lo scudetto alla Juve, beffa ulteriore di un' annata di vera immondizia. Quella che parve a tutti la “mazzata” finale fu il raddoppio del Cesena ad inizio ripresa, quando si attendeva la reazione del vecchio cuore rossonero. Poi, come in uno specchio deformante del Luna Park, la realtà venne stravolta a trecentosessanta gradi. Il Napoli di Castellini, seppure a cuor leggero, ribaltò la situazione con due reti ravvicinate poco prima che “Shark” Jordan, l'acquisto più deludente del campionato, si degnasse di spingere in gol il pallone del 1-2 che trasmise alla squadra, la medesima potenza di una carica di tritolo. Anche l'Ascoli, capovolgendo l'inferno e mutandolo in paradiso, pareggiò quasi subito, spegnendo la residua convinzione dei felsinei. Le mie orecchie però, in attesa di collegamenti dal La Fiorita di Cesena, incontrarono la melodia tanto bramata, quando tra strilli e lampi di entusiasmo, venne annunciato il bolide di Romano che, come un vikingo colpo di alabarda, trafisse all'incrocio dei pali, il fino allora eroico Recchi. Mancava solo un piccolo passo, una prodezza. Allora Antonelli, sulla cui coscienza pesava il rigore fallito poche domeniche prima nella “disfatta” di Como, decise di farsi perdonare dando vita ad una straordinaria serpentina conclusa con una schioppettata da posizione defilatissima che non riuscì (anche se per poco) a sradicare la porta, ma ebbe il potere di far decollare al settimo cielo i supporters rossoneri presenti in numero assai elevato. 3 a 2 e quindi? E quindi? E quindi non restava che attendere il triplice fischio che (come era logico aspettarsi) scatenò l'apoteosi in ogni luogo d'Italia dove si trovasse qualcuno nella mia stessa situazione e cioè con l'orecchio incollato alla radiolina. Ma poi, inatteso come una grandinata estiva, il tragico epilogo spense ogni fiamma. Al San Paolo (fastidiosa abitudine anni 80/90), il secondo tempo era iniziato con qualche minuto di ritardo e questo complicava orrendamente le cose. Mancava quel tassello: la vittoria del Napoli. Il Cagliari, infatti, riuscì (complice un gol annullato ingiustamente alla Fiorentina) a strappare lo 0 a 0 mentre per il Bologna, sconfitto per 2 a 1 le speranze erano terminate. Qualcosa però accadde tra partenopei e genoani. Una solidarietà tra tifosi di una squadra senza più traguardi da raggiungere e il dramma del blasonato “grifone” così vicino alla serie B. Luciano Castellini era in porta, come sempre, a trasmettere sicurezza al reparto difensivo. Non poteva essere altrimenti per un estremo difensore votato come il migliore del campionato dai lettori del Guerin Sportivo. Arrivò un pallone dalle sue parti e lui lo catturò, come sempre, con destrezza. Poi tentò il rilancio con il braccio teso ma sembrò ripensarci improvvisamente. Tentò di riportare il pallone verso il petto ma durante questo movimento la sfera gli sfuggì dal guanto e ruzzolò all'indietro. Goffamente tentò di riacciuffarla prima che rotolasse in calcio d'angolo ma inutilmente. Dal corner, partì un bel cross che corretto di testa da un attaccante genoano, smarcò Faccenda a tu per tu con il “Giaguaro” Castellini. Il tocco ravvicinato del rossoblù (solissimo in un'area affollatissima) superò il numero uno partenopeo e la frittata fu fatta così come la retrocessione del Milan. Oggi, a distanza di trent'anni, ancora si discute di quel gol ma un'analisi più approfondita (come già fece Gianni Brera nel post-partita) è che non fu quell'episodio a condannare il diavolo, ma una stagione gestita malissimo nonostante grandi campioni facessero parte di quella rosa. Non si può pensare alla malafede o alla combine perchè l'errore fu troppo grossolano. Silvano Martina, allora portiere del Genoa, evidenziò che una sua parata pochi minuti prima del “fattaccio” salvò i rossoblù dal tracollo e sostenne questo a dimostrazione del fatto che la partita fu vera. Resta comunque incredibile ed indecifrabile un errore simile commesso da un grande portiere che negli anni a seguire riceverà per il suo “infortunio” una buona dose di fischi a San Siro. La carriera di Luciano Castellini non terminò con quell'erroraccio. Ci furono altre parate spettacolari e si tolse anche lo sfizio di giocare la sua ultima stagione in squadra con Diego Maradona prima di appendere i guanti (a quarant'anni) al chiodo. Ognuno comunque coltiva le sue idee o i propri sospetti. Restano le immagini di quello psicothriller, resta agli annali il tonfo in serie B e resta anche Luciano Castellini, che ora lavora nello staff dell'Inter (uno dei suoi meriti da osservatore è la scoperta di Julio Cesar). Molti tifosi napoletani lo considerano tuttora il miglior portiere che la loro squadra abbia mai schierato. Noi milanisti però lo ricordiamo soprattutto per quei due minuti in cui la retrocessione era nelle sue mani e lui non riuscì a tenerla stretta facendola rotolare tristemente in calcio d'angolo.

 

Enrico Bonifazi


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