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Zico Arthur Antunes Coimbra

Del 13/10/2012 di Enrico Bonifazi


Zico Arthur Antunes Coimbra In cerca di nuovi stimoli dopo una carriera costellata di successi, approda all'Udinese nell'estate del 1983, il talentuoso Zico, uno dei più forti trequartisti di tutti i tempi. Plurititolato con il Flamengo, non riuscirà mai a coronare il sogno della vittoria in un mondiale pur giocando in una delle nazionali brasiliane più ricca di fuoriclasse.

Il Dio del calcio, poco prima della primavera del 1953, “decide” di regalare ai tanti esteti di questo sport il piccolo Arthur Antunes Coimbra (Zico). Un dono dal cielo che gli amanti del pallone non possono che apprezzare e ricordare con nostalgia. La sua storia ha radici nella periferia di Rio de Janeiro, metropoli conosciuta soprattutto per le spiagge vastissime e gremite di ragazzini che giocano a calcio dall'alba al tramonto. Polvere, sabbia e sudore, entrano a far parte da subito della vita del piccolo Arthur, soprannominato Zico. Pallone di cuoio o di stoffa, piede scalzo o calzante scarpini, il gracile Zico, si destreggia con rapidità e furbizia, mettendo in riga avversari già adolescenti e maggiormente dotati fisicamente. Non è un caso se tra le squadrette che si sfidano nei bollenti pomeriggi di Quintino la più temuta da tutti sia proprio quella composta dai fratelli Coimbra, soprattutto per l'abilità del piccolo Arthur. Per una "macchietta" dotata di un talento così evidente, il passaggio al Flamengo è qualcosa di scontato, come del resto il suo rendimento in campo. Nel decennio che va dal 1972 al 1982, conquista una serie interminabile di titoli con la sua squadra e individuali oltre alla prestigiosa maglia numero 10 della nazionale verdeoro. Difficile racchiudere in poche righe le sue caratteristiche tecniche. Zico è abile nel palleggio, nel dribbling, possiede una chilometrica visione di gioco oltre alla straordinaria abilità nel “rubare” il tempo all'avversario. In chiave offensiva è un rifinitore dai piedi di velluto ma col vizio del gol incastonato nel DNA. Insomma una specie di prestigiatore del calcio che riesce a far apparire e sparire un pallone a piacimento facendo gongolare di piacere gli spettatori. Con la maglia rossonera a strisce orizzontali conquista 10 campionati (3 brasiliani e 7 carioca), una Coppa Libertadores (nella quale mette a segno tutte le reti decisive nella sfida di andata e nel replay in campo neutro) e una Intercontinentale (Zico non va in gol ma propizia ognuna delle tre reti con le quali il Flamengo polverizza letteralmente il fortissimo Liverpool) a cui si aggiungono innumerevoli titoli personali, come la bellezza di 11 troni consecutivi (tra campionato brasiliano e carioca) come capocannoniere e tre Palloni d'Oro sudamericani. La sua media gol è spaventosa, più di un “centro” a partita nelle varie competizioni, statistica che sale vertiginosamente con la maglia del Brasile (52 gol in 72 presenze). Tutti parlano di lui come il “Galinho”, il pulcino diventato galletto da quando una sua rete consente al Brasile di superare l'Inghilterra a Wembley dopo oltre mezzo secolo, consacrando definitivamente il “fenomeno” Zico anche nel vecchio continente. Con la nazionale però arrivano delusioni scottanti, come il terzo posto ai campionati del mondo in Argentina nel 1978 e la clamorosa eliminazione subita dall'Italia nel Mundial di Spagna 1982. Nella seconda occasione il Brasile, considerata una delle nazionali più forti di sempre e capace di sommergere con tre reti l'Argentina di Maradona, delude le aspettative. La squadra allenata da Tele Santana, probabilmente per narcisismo, subisce la l'asfissiante marcatura a uomo messa in atto dagli azzurri. Zico inventa con una magia l'assist per il pareggio momentaneo di Socrates ma Claudio Gentile gli soffia sul collo per tutti i novanta minuti concedendogli soltanto pochi centimetri. Durante il match, per un istante, le telecamere inquadrano il campione brasiliano con la maglietta completamente stracciata da un abbraccio "poco affettuoso" del terzino azzurro. Finisce 3 a 2 per l'Italia sotto gli occhi increduli del mondo intero. La conquista dell'ennesimo campionato con la maglia rossonera del Flamengo attenua solo in parte la delusione e il dolore per lo smacco subito al Sarrià di Barcellona dalla squadra di Bearzot. Per questo, Zico, dopo dodici anni, saluta Rio de Janeiro per trasferirsi in Italia. La Juventus, dopo un iniziale interesse per il brasiliano, decide di continuare a puntare su Michel Platini e il Milan lo contatta per cercare il rilancio dopo la risalita in serie A ma ancora non pronto per affrontare spese folli. Così, il fantasista, sceglie Udine, una piazza davvero piccola, tanto da mettere in allarme la Federcalcio che blocca il trasferimento in attesa di ricevere dal presidente Mazza, garanzie sulla possibilità di pagare la cifra stabilita (che si aggira intorno ai sei miliardi e mezzo di lire, quantificabile ora in circa 3,5 milioni di euro). Si scatena il popolo friulano che con il languore di buon calcio, si riversa in strada con slogan e manifesti contro la Federazione. “O Zico o Austria” urlano in coro i tifosi scontenti. Alla fine della querelle, l'affare va in porto e il Galinho diventa un giocatore dell'Udinese. Il numero degli abbonati s'impenna vertiginosamente, tutti vogliono vedere Zico che, dopo avere incantato la platea del Friuli già durante le amichevoli estive, ricambia i palati fini con giocate deliziose, gol a grappoli e un campionario di finte di corpo degno di un'enciclopedia del calcio. Zico mette a segno 19 reti (a quei tempi record per un esordiente nel campionato italiano) ed esce da numerosi stadi italiani come a Genova e Catania, salutato da autentiche ovazioni. Leggendarie diventano le sue punizioni dal limite a scavalcare la barriera e il diagonale di destro incrociato. Ricordo bene quando un mattino di Gennaio del 1984, mio padre decide di portarmi allo stadio di San Siro per Milan-Udinese. “Andiamo a vedere Zico” mi dice e all'irresistibile suono di quelle parole, schizzo su dal letto pronto a partire. La mia fede rossonera mi fa sperare in una vittoria del Milan ma come posso io, bambino di dieci anni, non rimanere affascinato dalla quantità di bravura ed eleganza messa in mostra dall'asso brasiliano. A cinque minuti dal termine i rossoneri conducono per 3 a 1 e il gol friulano porta proprio la sua firma. Poi arriva quell'azione che nessuno può dimenticare con lo slalom di Zico che serve Causio al limite dell'area. Il barone gli restituisce la palla con un “cucchiaio” che Baresi, temendo il taglio del brasiliano alle sue spalle, tenta di fermare con la mano al limite dell'area. Il pallone termina comunque al numero 10 bianconero che con una spettacolare rovesciata insacca il gol del 3 a 2... finirà con un 3 a 3 capace di sfamare le mie brame di spettacolo ma non quelle di vittoria, comunque indimenticabile. La marcia della squadra friulana (sempre nelle alte sfere del campionato) si interrompe bruscamente quando il Galinho s'infortuna durante un'amichevole. Resta fuori più di un mese e al rientro l'inerzia della squadra è cambiata. Viene solo sfiorata la qualificazione europea e si avverte la sensazione di essersi svegliati da un sogno fiabesco. Lo Zico del campionato successivo, il 1984-85, falcidiato dagli infortuni e con grosse grane con il fisco, segna solo due reti prima di salutare definitivamente l'Italia (fu una specie di fuga la sua) con un rispettabile bottino di 22 reti in 39 partite. Il ritorno al Flamengo è quasi scritto dal destino. Zico torna a casa per conquistare nuovi trionfi e guadagnarsi la convocazione ai Mondiali in Messico. Nel 1986 viene infatti chiamato (seppure reduce da un grave infortunio al ginocchio) per la spedizione verdeoro che si trasforma nell'ennesima occasione sfumata quando, proprio il Galinho, fallisce ad un quarto d'ora dal termine il penalty della possibile vittoria contro la Francia ai quarti di finale. Il match avrà un epilogo amaro dopo la lotteria dei calci di rigore e il sipario cala sulla speranza del fuoriclasse di Rio di alzare la Coppa del Mondo. La sua età inizia a pesare e dopo avere salutato il glorioso Maracanà, a 38 anni, Zico si avventura in Giappone, alla ricerca di un campionato meno tirato e dalla possibilità di fare apprezzare la sua classe anche nel continente asiatico. Il suo ritiro ufficiale arriva nel 1994, a 41 anni, chi ha avuto la fortuna di ammirarlo dal vivo o in televisione non può che stimarlo come calciatore e salutarlo con nostalgia. Zico resta nel mondo del calcio come allenatore, attività che (con alti e bassi) gli permette di vivere ancora le emozioni del gioco che gli ha cambiato la vita. Questa è, in sintesi, la storia di uno dei più grandi numeri 10 di tutti i tempi, capace di affascinare il mondo con i suoi gol, i suoi calci piazzati e le sue invenzioni balistiche. Probabilmente la Coppa del Mondo scivolata via resterà il suo rammarico più grande. L'unico limite in campo (data la statura) è da considerarsi esclusivamente nel colpo di testa, ma nei cuori degli appassionati di calcio, per un talento simile, di limiti non ne esistono.


Enrico Bonifazi


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